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Saggistica Politica significa
immaginare
Se apriamo gli occhi vediamo
il compimento, quasi la saldatura
Lo scollamento tra gli intellettuali e la politica ha assunto la forma salottiera di un marketing intellettuale, una banalizzazione delle idee. A fare e risvegliare la politica basterebbe aprire gli occhi, aprire il linguaggio e la percezione. Se apriamo gli occhi vediamo il compimento, quasi la saldatura di quanto temeva l'ultimo degli intellettuali civili italiani, Pier Paolo Pasolini: la perfetta omologazione nella noia, nella passività, nella volgarità e nell'anestesia. Il cinema - mi ha detto tante volte Bernardo Bertolucci - significa "aprire gli occhi". Che cosa vuol dire oggi aprire gli occhi? Che cosa vediamo? Io credo questo: un appiattimento, un'omologazione totale dei linguaggi e dei comportamenti, un dilagare di bruttezza e di indifferenza travestite da glamour e da moda, un proliferare di merci indistinguibili su un nastro scorrevole grande quanto il mondo, in un continuo presente senza futuro, tranne il futuro di questo presente. In generale, un ottundimento morale ed estetico che favorisce ovviamente la passività politica, e che coinvolge la classe politica nel suo insieme: a smentire il nostro presunto bipolarismo, le parti politiche appaiono spesso oggi indistinguibili, in concorrenza tra loro (come si dice del mercato) più che in alternativa, rivali nel packaging delle idee piuttosto che portatrici di una diversa visione del mondo, di una diversa immaginazione. Del resto, pare che ragionino così: se le nostre idee non vendono (lo dicono i sondaggi) cambiamole, adottiamone una che vada incontro ai desideri della gente ("facci sognare!"). In generale, se riusciamo ad aprire gli occhi - il che non è scontato - ci rendiamo conto del generale stato di anestesia (che è il contrario di estetica) in cui versiamo; indifferenza non solo alla cultura, termine ormai sospetto ai più, ma alla bellezza e bruttezza. Eppure, come ha scritto il post-psicanalista James Hillman, "se i cittadini si rendessero conto della loro fame di bellezza, ci sarebbe ribellione per le strade". Non è forse questa la cifra della rivolta delle banlieue, o di quell'inferno che prima o poi salirà fino a noi borghesi, come profetizzava Pasolini? Abbiamo rimosso molte parole - "comunismo", "lotta di classe", ora anche "sinistra" - eppure la rabbia, la conflittualità e le esclusioni aumentano, ma ci priviamo di strumenti per analizzarle, di occhi per descriverle. Forse la nuova lotta di classe non avverrà solo per le risorse primordiali di vita, ma per la bellezza, perché il risveglio della capacità di dare risposte estetiche è tutt'uno con quella di dare risposte politiche: come scriveva Edwaid Said, "un'intifada dell'immaginazione". Ma intellettuali, scrittori, cineasti, sono ancora capaci di aprire gli occhi? La spettacolarizzazione di festival e notti bianche culturali non compensa il dominio di storie rassicuranti e idiote, di prodotti seriali e televisivi. Per ogni Saviano o Wu Ming o De Cataldo, se entrate in una libreria trovate torri, dall'ingresso alla cassa, di libri di intrattenitori televisivi, o di fabbricanti americani di trame. Avete provato a cercare un Calvino, o un Manganelli, o un poeta? (Perfino Gregory Corso, il grande beat, è introvabile). E si possono raccontare tanti aneddoti sul livore del pubblico, soprattutto giovanile, all'uscita di film italiani pregevoli e coraggiosi, o del tedesco Le vite degli altri (lo ha raccontato Natalia Aspesi sulla Repubblica). Io potrei raccontare la violenza percepibile negli spettatori all'uscita del messicano La battaglia del cielo, straordinario film che ha la caratteristica di non mostrare immagini patinate e innocue, né di offrire un lieto fine, ma di ferire lo spettatore con una magnifica, erotica inquietudine. Il contrario dell'anestesia. Lontano anni luce non solo dal cliché dello scrittore impegnato, ma anche dalla "parte civile" di un Pier Paolo Pasolini, lo scollamento tra gli intellettuali e la politica ha assunto la forma salottiera di un marketing intellettuale, una banalizzazione delle idee che costituisce oggi il "pensiero da giornale" o da tv: una retorica grossolana fatta di "opinioni" che quanto più sono rozze e inconsistenti, tanto più il pensatore, pardon l'opinionista, si dà importanza gonfiandosi come soggetto dell'enunciazione ("io, io"). Il quale, mimetico come un camaleonte, si compiace di occupare lo spazio dell'arte e del pensiero in un mondo senz'arte e senza pensiero. A fare e risvegliare la politica basterebbe, sì, aprire gli occhi, cioè aprire il linguaggio e la percezione. E infatti colpisce, nelle parole di Bernardo Bertolucci (Cultura, la parola dimenticata, intervento pubblicato da la Repubblica lunedì 11 giugno, ndr), il richiamo a un'epoca - gli anni Settanta - in cui "le parole, i libri, i film venivano percepiti in maniera che chiamerei sensuale. In quel clima di straordinaria tensione creativa e morale e politica (...) gli occhi della gente reinventavano quello che ricevevano, elaborandolo, allungandogli la vita, rilanciando". Ma era appunto l'epoca - anni di carne, non anni di piombo - in cui la politica era dappertutto, anche nella vita privata. Tutto era politica, immaginazione, educazione. L'ultima parola è la più importante. Oggi forse solo gli artisti - scultori, pittori, performer - sembrano all'altezza della drammaticità della sfida, e infatti l'arte contemporanea, nella sua ricerca più avanzata, coincide con una didattica dell'arte. All'anestetizzazione della vita politica (cioè della cittadinanza), alla vetrinizzazione sociale che nelle città ci trasforma tutti in clienti e consumatori, forse solo gli artisti sembrano consapevoli dell'intreccio tra "tensione creativa e morale e politica", spezzano a volte una continuità soffocante, e con le loro "opere pubbliche" ci turbano e ci emozionano e ci risvegliano risposte estetiche. Perché "l'opera d'arte è relazione", come ha detto splendidamente un'artista, Gea Casolaro, che nel nodo tra estetica, città, ambiente e vita quotidiana svolge, come tanti altri, il suo lavoro e la sua educazione civica. Se apriamo gli occhi vediamo il compimento, quasi la saldatura di quanto temeva l'ultimo degli intellettuali civili italiani, Pier Paolo Pasolini: la perfetta omologazione nella noia, nella passività, nella volgarità e nell'anestesia. Se i politici di professione, quelli di sinistra, hanno una responsabilità (e ce l'hanno) è soprattutto questa: di avere ristretto la sfera della politica, esiliando la vita degli altri. Perché politica, proprio come cultura, non significa solo governare. Politica significa, e soprattutto, immaginare.
Caro direttore, qualche giorno fa ho sentito a un Tg questa frase: «Dal governo di centrosinistra vogliamo azioni, fatti concreti, tutto il resto è… poesia». Partirei proprio da queste parole di Berlusconi, credo passate inosservate, perché ripropongono così esemplarmente la mappa elementare del rapporto tra B. e la cultura. Da un lato gli affari, i valori veri, quel che per lui conta nella vita, dall´altro qualcosa che suona più o meno un dileggio. La parola poesia usata come sintesi della miseria che ci rimane se non si condivide la sua visione del mondo: fumo, illusioni, fastidiose bugie. Poesia più o meno uguale spazzatura. Un vero e proprio lapsus rivelatore. Oggi come allora, voglio parlare del disagio che provo ormai da tempo, soprattutto dalla campagna elettorale dell´anno scorso. Il perché è semplice: non ho mai sentito nei discorsi dei politici per cui mi preparavo a votare pronunciare la parola cultura. Dimenticata? Sottovalutata? Rimossa? Come se i miei politici di riferimento ignorassero che la sottocultura diffusa, o meglio imposta dalle grandi centrali televisive, sta creando generazioni di giovani infelici e assenti, che non sanno di esserlo. Così incapaci di leggere, di interpretare , di capire la realtà che li circonda da votare ancora una volta, dopo cinque anni di catastrofico centrodestra, per lo stesso centrodestra. In certe assunzioni di farmaci questo si chiamerebbe effetto paradosso. Per esempio mi chiedo perché in Italia non è stata possibile la nascita di un canale come “Arte”, la cui ragione sociale è il fare cultura, diffonderla, allargare il numero dei suoi spettatori allargando insieme il numero dei suoi autori, inventandone di nuovi, promuovendoli. Varrebbe la pena di interrogarsi sul perché da noi qualcosa del genere è stato inimmaginabile almeno fino a ieri. C´è stato un momento, verso la metà degli anni settanta (gli anni di Moro-Berlinguer) che vorrei ricordare a tutti coloro che lo hanno vissuto, in cui sembrava essersi trovata una gioia, una magia tra la cultura di questo paese e la sua gente. Le parole, i libri, i film venivano percepiti in maniera che chiamerei sensuale. In quel clima di straordinaria tensione creativa e morale e politica abbiamo visto qualcosa di irresistibile: gli occhi della gente reinventavano quello che ricevevano, elaborandolo, allungandogli la vita, rilanciando.Non vivo nel miele della nostalgia o nell´illusione che quello stato di grazia collettivo possa ripetersi ma sono certo che ricordarlo costituisca un diritto per chi come me ci ha vissuto dentro come un topo nel formaggio. Perdonatemi l´autocitazione, ma un esempio è “Novecento”, riuscito o meno non conta, un film completamente partorito da quel clima e premiato dal grande impatto che ebbe sulla gente. Mi chiedo: un film come “Novecento” sarebbe possibile oggi, nella sua libertà, nella sua utopia produttiva, nella sua megalomania, nell´estremismo delle sue contraddizioni? Io so che per anni ho tentato di chiuderlo con un terzo atto che arrivava ai giorni nostri ma ho dovuto rinunciare per onestà: il clima culturale e politico era sfumato. Mi torna in mente anche “Salò”, l´ultimo Pasolini, girato negli stessi mesi e a poche decine di chilometri, la distanza tra Mantova e Parma, film atroce e sublime. Sarebbe possibile oggi “Salò”? Per questi e molti altri motivi è nato il gruppo dei Centautori, che riunisce soprattutto scrittori e registi cinematografici, e ci sembra il momento di richiedere e di pretendere dalla politica un progetto culturale articolatissimo, ambiziosissimo e economicamente molto impegnativo, almeno quanto una delle opere pubbliche di cui abbiamo sentito parlare negli ultimi anni fino alla nausea. Altro che assistenzialismo! È qualcosa che è avvenuto fisiologicamente in altri paesi, vedi la Francia e qualcuno dovrebbe spiegarmi perché non può accadere da noi. Un esempio: penso a un numero apparentemente sconsiderato di opere prime, un´infinità, una cavalcata di ricerca e di sperimentazione di autori nuovi, nella certezza che anche così il cinema ricomincerà a essere nutrito e a nutrire la realtà che lo circonda. Per concludere: cerchiamo
insieme una maniera per rendere il terreno creativo molto più fertile.
Sappiamo che è molto difficile e soltanto con l´impegno di
tutti noi sarà possibile cominciare a pensarci su. Come fare? Non
lo so. So soltanto che ho visto molti autori italiani stanchi di essere
i bozzoli vuoti della loro creatività, condannati a galleggiare
solitari sulla superficie ormai liquida della società, da cui si
sentono forzatamente alienati. E il vero senso di queste mie parole è
la rivendicazione del diritto-dovere collettivo-individuale di ognuno di
noi di partecipare all´elaborazione di questo progetto che nasce
minoritario e doloroso ma potrebbe diventare entusiasmante e memorabile.
Il cinema non è che la prima occasione per rompere una estraneità
che si ingigantisce ogni giorno di più, una estraneità che
ci fa sentire come morti, ma il sentimento che provo vorrebbe coinvolgere
tutti quelli che come me hanno voglia di vedere un film che ancora non
esiste, di leggere un libro che ancora non è stato scritto. Se tutto
il resto è poesia, diamole una possibilità di esistere. [Bernardo
Bertolucci]
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