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lo penso
che ci si debba spendere fino all’ultimo, e che quindi si debba anche sbagliare.
Pier Paolo Pasolini
Il
pomeriggio del 4 luglio 1954 Pier Paolo Pasolini uscì di casa alle
tre esatte. Il sole picchiava su Roma e scioglieva le figure dei pochi
passanti rendendoli inquietanti fantasmi diurni. L’aria era immobile, silente,
e in quel momento egli pensò che non sarebbe mai più accaduto
niente, il mondo pareva essersi fermato dopo un’esplosione nucleare, bollito
dal calore di una bomba che aveva liquefatto la vita come fosse un ghiacciolo.
Rasente i muri, sfruttando
le rare lame d’ombra, Pasolini risalì via Ostiense, dietro la centrale,
dove gli scheletri dei palazzi in costruzione parevano vele alzate contro
un vento inesistente. Andando verso di loro la strada si fece sterrata,
piena di sassi e polvere. Una sottile patina rosa che copriva come borotalco
le cose. Accanto al primo palazzo, quello più grande, un cumulo
di macerie alto come un monte nascondeva la buca di uno scavo, le fondamenta
nuove di un altro casone, un altro dente cariato sulla terra. Era domenica
e il cantiere deserto. Tutto sembrava fermo e sospeso.
Una tregua - Pasolini pensò
- oggi non c’è guerra.
Ma mentre considerava quel
silenzio guardando la città nascere dal nulla, sentì all’improvviso
un richiamo soffocato, gridato a denti stretti come per non disturbare.
«A Spì datte
‘na mossa che qua vie’ nnotte se nun fai de prescia» disse la voce
che gli sembrò di uomo anziano. «Allungame la robba e famo
presto... »
Pasolini salì sulle
macerie attento a non far rumore. Si sdraiò sulla cima del monticello
e cominciò a sbirciare.
Faccio come gli Indiani,
pensò quasi stesse giocando. Guardo senza farmi vedere, rimango
ad ascoltare.
Al limite del grande buco
iniziava la recinzione del cantiere, una serie di pali di legno e di lamiere
delimitavano la parte in costruzione. Poco più in basso del punto
da dove lui guardava, nella lastra di metallo c’era un buco, come un’orecchia
di carta all’angolo di un foglio. Accanto a quella breccia un carretto
e un uomo grosso come un armadio, in canottiera. L’uomo era certo quello
che aveva parlato e stava di spalle, ma anche se era girato dava mostra
di essere nervoso e in apprensione. Si guardava attorno impaziente, con
una mano si picchiava sulla coscia e con l’altra continuava a lisciarsi
il velo di barba, quasi volesse darsi una carezza e rassicurarsi, tormentandosi
la faccia per dirsi “non ti tormentare”.
Dopo pochi minuti da dietro
la lamiera si sentì un rumore, qualcosa strisciare, quindi un fischio
leggero, come se un passerotto avesse cominciato all’improvviso il canto.
A quel suono l’uomo fece uno scatto e si abbassò verso il pertugio,
poi prese qualcosa e cominciò a tirare. Come un prestigiatore, di
colpo, gli apparve tra le mani una grossa sbarra di ferro, che con molta
cautela posò sul carretto che gli stava accanto.
«Vabbene così,
Spì» gridò nel buco a mezza voce, “butta puro tutto
quanto che ppoi se n’annamo via come du’ sospiri.»
Dall’altra parte della recinzione
qualcuno continuò a passare travi di legno, tondini, materiale da
costruzione, e in pochi minuti fu tutto caricato. Allora l’uomo disse solo
«Daje» cominciando a muovere il carretto verso la strada.
Passò sotto il monticello
dove Pasolini, pur acquattato, vide chiaramente il sudore colargli dalla
fronte, i muscoli rotondi e gonfi per lo sforzo. Rimase a guardarlo fino
a che scomparve dietro l’angolo giù in fondo, sparire dentro il
mondo senza rimorso.
Quando si voltò verso
la lamiera, un ragazzetto se ne stava seduto accanto al buco. Avrà
avuto dodici anni, sì e no, magro e sudato, e aveva la testa appoggiata
contro il petto come se si fosse all’improvviso addormentato.
Pasolini rimase a guardarlo
per qualche minuto pensando che non fosse cosa saggia starsene in quel
modo, all’aperto, sul luogo di un furto appena commesso. Inoltre era un
po’ preoccupato nel vederlo immobile, la schiena contro la lamiera, la
testa abbandonata di una persona che pareva arresa. Pensò che potesse
aver bisogno di aiuto e si fece avanti. Scese dalla collinetta, si pulì
i calzoni strisciando il palmo della mano sulle gambe, poi girò
attorno alle macerie e andò verso il ragazzo. Camminava leggero,
andava cauto, convinto che quello sarebbe schizzato come un razzo vedendo
arrivare uno sconosciuto. Il furto compiuto, la cattiva coscienza, normalmente
avrebbero suggerito una fuga. Invece non dette segno di preoccupazione.
Al rumore dei passi sulla ghiaia alzò di appena qualche centimetro
la testa, sbirciò di sotto in su verso quel rumore, e poi riabbassò
il capo contro il petto.
Pasolini gli arrivò
di fronte, ritto in piedi, rimase interdetto non sapendo in quel momento
cosa fare. Allora gli si sedette accanto, contro la lamiera, e a così
poca distanza da lui comprese tutto. Sentì da dentro quel torace
salire un raschiare sordo, lo stesso respiro aspro e tirato di uno che
cerchi l’aria con fatica. La maglietta a righe era zuppa di sudore, gli
stava appiccicata mettendo in risalto le costole sul fianco. Il cuore gli
si strinse, ebbe paura che quel ragazzino magro e lungo si spezzasse davanti
a lui come un grissino.
«Va tutto bene?»
gli domandò allora.
Il ragazzo fece sì
col capo, un paio di volte.
«È cche ci
ho l’asma e nun respiro» disse. «Cor caldo e ‘sta polvere poi
è ‘na traggedia. Me pija, e cce sta un po’, ma doppo passa.»
«Forse hai fatto uno
sforzo troppo grande. Era roba pesante e con questa calura si respira male
anche a star fermi» disse Pasolini senza malizia, con il tono di
voce giusto per fargli sapere che lui aveva visto ma non si doveva preoccupare.
Il ragazzo infatti non ebbe
reazione. Continuò a rimanere fermo, ad ansimare con quel suono
aspro che però andava scemando. Rimasero così, in quella
quiete rotta soltanto dal raschiare del respiro, finché anche quello
sparì del tutto e fu silenzio.
«Ma tu che ccerchi
qua? Che stai a spia’ la ggente che lavora?» fece il ragazzo, ma
con un mezzo sorriso come a fargli capire che fidarsi si fidava, ma stava
in guardia.
«Non cerco niente,
andavo in giro» disse Pasolini ricambiando il sorriso.
«Mi piace girellare
tra i palazzi in costruzione, guardare come è qui, adesso, e pensare
come era, e come sarà quando tutto sarà stato. Giro coi miei
pensieri e poi spesso ho belle sorprese. Case sorte dal nulla, strani paesaggi,
gente che arriva a vivere qui, incontri nuovi. A volte trovo qualcosa che
non mi aspettavo. Come per esempio oggi te, che... lavoravi.»
«Ecche cce fai Co’
sta robba? Io armeno cor fero ce campo. Riempo er caretto der Pazzo e faccio
i sordi, che senza le lire nun se magna» disse il ragazzo in modo
deciso, lo sguardo piantato negli occhi dell’altro, come a spiegargli una
cosa naturale che solo lui, sventato, non sapesse, qualcosa che certamente
non sapeva fare.
Pasolini rimase colpito
dallo sguardo, dalla decisione, dalla forza che quello scricciolo sprigionava.
In quel momento gli parve davvero di essere vivo, tra la polvere e i fantasmi
dei palazzi qualcuno gli insegnava quello che altrimenti non si può
imparare. Quello che è brutto e bello, quello che puzza e profuma,
che vive eppure fatica a respirare. Così non disse nulla, allargò
solo un sorriso e appoggiò la testa contro la lamiera lasciando
che il caldo gli coprisse le guance, gli avvolgesse il collo e le spalle
in una carezza totale.
«Comunque, io so’
Renatino, ma tutti me dicono Spino perché so’ mmagro e pungo, nun
so’ se me spiego» disse il ragazzo allungando la mano.
«E io mi chiamo Pier
Paolo, ma chiamami pure come ti pare» rispose Pasolini ricambiando
una stretta forte e sudata.
Fu così che nacque
l’amicizia tra Pasolini e Renato Panizza, detto Spino, in un giorno di
un luglio infame di caldo, con i soli palazzi in costruzione testimoni
di quella conoscenza tra un poeta e un ragazzino.
Parlarono molto, quel pomeriggio,
della famiglia di Spino, di origine abruzzese, venuta a Roma per vivere
meglio di quanto potesse fare in campagna, di dove abitava, a Monteverde
in un casermone, del fiato che gli mancava a causa del cemento e della
passione sua, il calcio, che giocava a fatica per quel respiro mozzo che
non lo lasciava in pace. Scoprirono in quel modo cose comuni, strane per
due persone a prima vista tanto diverse. Anche il poeta amava il pallone,
amava giocare, e con il ragazzino intavolò una lunga discussione
sul football, su squadre e formazioni, su come si deve impostare il gioco
in contropiede.
Un paio di ore più
tardi, il sole un po’ più basso, Spino chiese a Pier Paolo se avesse
nient’altro da fare, se avesse voglia di accompagnarlo verso Monteverde,
dietro i casermoni, dove in mezzo ai palazzi in costruzione aveva un appuntamento
con la sua banda. Catena, er Manetta, Montesano, e tutti gli altri con
cui aveva fissato una partita.
«Ben volentieri, Spino,
ma a una condizione: che possa giocare anch’io. Io sono bravo. Sono un’ala
sinistra eccezionale. Lo sai fare tu il doppio passo alla Biavati?»
e mentre parlava si era già alzato, aveva agganciato un pallone
immaginario e con il piede gli aveva dato una carezza, poi era corso in
avanti danzando in leggerezza con una rapida mossa di gambe, un ritmo binario
concluso con un tiro potente a un sassetto, verso la lamiera che risuonò
come un gong cinese.
«Ammazza Pa’, quanto
sei gajardo. Ma ‘ste cose le devi da fa’ cor pallone, che a gioca’ coll’aria
so’ capaci tutti. Annamo va’, che è tardi, movete er culo...»
Arrivarono a Monteverde,
sullo spiazzo, che già il pallone girava tra le gambe di una decina
di ragazzotti scalmanati. Spino chiamò er Manetta, uno spilungone
grande e grosso che sembrava il capo. Gli presentò Pier Paolo, e
disse:
«A Mane’, questo è
‘n amico, è uno gajardo a ggioca’. È un’ala sinistra ma dice
che saffa’ anche er mediano.»)
Il Manetta squadrò
Pasolini, gli strinse la mano:
«Per me vabbè,
er campo è ggrande, un cojone in più o in meno nun fa diferenza.»
Poi chiamò Catena
e gli disse:
«Mo’ scegli i pischelli,
famo le squadre e cominciamo, prima che venga notte. Io me so’ rotto.»
Così si divisero
i presenti, cinque per parte, scegliendo a turno dal gruppo in mezzo al
campo. Spino si mise in porta, per via del suo respiro, e Pasolini all’ala,
a lato del Manetta. Al via, più che una partita sembrò una
rissa. Là dov’era il pallone si creava un’orda di gambe e calci,
una mattanza. Le urla riempivano lo spiazzo tra i palazzi fino a stiparlo,
richiami per la palla, maledizioni e bestemmie. Soltanto Pasolini, in mezzo
a quella pazza danza cercava di dare un senso al gioco, di avere un piano.
Se ne stava diligente all’ala, chiedendo palla, e quando l’aveva tra i
piedi non pensava solo a scartare: urlando consigli, agitando la mano,
ordinava ai compagni la giusta posizione, richiamava ora uno ora l’altro,
smistava il pallone.
Forse fu perché era
un adulto, forse fu soltanto la passione con cui giocò quella partita,
neanche fosse un’importante finale, ma a quei ragazzi il poeta sembrò
un pazzo soave, una specie di profeta giunto da lontano a spiegare loro
il mistero della palla. In mezzo a quel caos originario, dietro quella
guida, er Manetta intuì realmente il senso del gioco. Capì
che non gli conveniva caricare come un toro tutte le volte che la palla
gli passava davanti, ma usando Pasolini come un muro poteva fare un triangolo
e scambiare e poi, senza l’assillo degli altri ragazzetti addosso, aspettare
il pallone di ritorno, dopo aver osservato dove fosse piazzato Montesano,
e dove er Brutto, decidendo al meglio cosa fare.
Alla fine della partita,
morti sfatti, seduti sul prato presso la fontana, er Manetta chiese al
poeta se ci volesse stare, se avesse voglia di tornare ogni tanto al prato
per fare qualche partita.
«Me piacerebbe davero
fa’ ‘na squadra, co Spino in porta e noantri nove pischelli avanti. ‘Na
squadra vera, nun so se me spiego. Te poi fa’ l’ala e anco l’alenatore.
Ce stamo io, er Catena, Montesano, er Brutto, ‘o Zoppo, Remo, More’, Spino
e Agnolo er Pugnetta. Famo trema’ tutto Monteverde e magara annamo a briscola’
puro da qualche antra parte.»
Pasolini accettò
con gran piacere. Disse che era felice, che era proprio contento. Si strinsero
le mani, le pacche sulle spalle furono tante, e infine si lasciarono con
un appuntamento. Si sarebbero visti fra tre giorni, per fare la squadra
e conoscersi un po’ meglio. Poi avrebbero cercato un altro gruppo per provare
a fare una partita vera.
Mentre Pasolini se ne andava,
tornando verso l’Ostiense, Spino lo chiamò urlando da lontano.
«A Pa’, ma nun c’avemo
er nome! Te che parli bbene dacce ‘na mano. Come se chiama ‘a squadra,
come se chiamamo?»
Qualcuno da in mezzo al
gruppo disse «Fij de ‘na mignotta» e scoppiarono risa, altre
proposte vennero scartate, fino a che pian piano nella banda scese il silenzio
e ognuno guardò verso il poeta che stava pensando.
«Io propongo Caos,
che mi sembra appropriato, per lo stile del nostro gioco, ma anche per
la situazione» e allargò lo sguardo verso i casermoni, e i
mucchi di cemento, e la sporcizia che contornava il campo mezzo spelato.
«Caos vuol dire anche
confusione, la confusione dalla quale proveniamo tutti, dalla quale si
dice sia stato creato il mondo, da dove tutto è nato e nella quale
alla fine tutto si perde.»
Fu in questo modo, mentre
il sole tramontava dietro i palazzi, che un poeta e dieci ragazzi fondarono
il Caos di Monteverde.
Pasolini fu di parola. Almeno
due volte alla settimana arrivava verso sera al campetto dove l’aspettava
la banda di Spino e del Manetta. Spesso cercava di dare loro qualche indicazione
tattica, con molta fatica, perché la masnada, fedele al nome che
si era data, era poco propensa ad ascoltare, a imparare qualsiasi disciplina.
Ci volle del tempo, ci vollero anche pazienza, richiami, urla, bisticci,
litigate, ma certamente a quei ragazzi dalle vite sbandate, trasmise un
po’ della passione che ogni volta metteva quando correva sul campo, lungo
la linea di fondo, calciando il pallone. E dopo il gioco, intorno alla
fontana, minuti passati in silenzio, oppure a raccontare le gesta del Bologna
che da ragazzo aveva amato e visto giocare come si può vedere solo
in un sogno un desiderio.
«Sapete» diceva
ai ragazzi sudati, «giocare a calcio è come dipingere, e come
comporre poesie, scrivere un racconto. Per questo va fatto con passione.
Ognuno di voi ha un modo suo particolare di correre, di fare un lancio,
di contrastare, e quando uno riesce a realizzare quello che ha in testa
allora è davvero contento. E questo è il bello del gioco.»
In poche settimane il Caos
diventò quasi una squadra, con un qualche senso e una precisa formazione,
dieci ragazzi rapidi e un poeta, con il suo fuoco, ma fino ad allora non
avevano ancora incontrato un vero avversario.
«A Pa’, me pare che
mo’ ‘semo forti davero, ma stamo a ggioca’ sempre co’ ‘sti du’ pischelli
intorno a Monteverde. Robba da poco. Me piaceresse vede’ che combinamo
affa’ ‘na partita a l’estero, in trasferta» disse una sera il Catena
bevendo alla fontana.
Convennero che era il momento
di provare. A fine agosto Pasolini prese accordi con una squadretta che
giocava all’Ostiense. Ci fu all’inizio qualche discussione. La squadra
era formata da ragazzi attorno ai quindici anni, e la presenza di un uomo
adulto fu considerata sleale. Pasolini trattò. Venne anche il Manetta.
La discussione si alzò di tono e durò a lungo, finché
non si decise, per essere alla pari, che per la parte ostiense avrebbe
giocato il fratello di Filippetto Giordano, grosso come un armadio e di
trent’anni, scaricatore ai magazzini generali.
«Così so’ cazzi»
fece Filippetto con un gesto di sberleffo verso il Manetta.
«Sì ma ppe
vvoi» rispose questo duro duro «che nun ce lo sapete che è
er Caos de Monteverde. È ‘na forza pura. Giocamo cor modulo che
c’aveva er Bologna, c’avemo n’ala che è come ‘n arioplano, e du’
mediani che davero nun se passa. Noantri nun giocamo ar calcio, noi semo
poeti.»
La partita si giocò
il 30 agosto del ‘54, e fu la prima di una serie di vittorie del Caos.
L’esordio in un campo avversario non fu il migliore perché, a dispetto
delle dichiarazioni del suo capitano, er Manetta e gli altri tradirono
l’emozione del debutto. Iniziarono molli, senza grinta. Er Brutto, a cui
era affidato il centrocampo, si impappinò un paio di volte perdendo
palla, tra le bestemmie e le urla dei compagni. Presero un gol balordo,
per colpa di Spino che si era distratto e non aveva fatto attenzione alla
rimessa che lo Zoppo gli lanciò dal fallo laterale, cosicché
si infilò nel mezzo un ostiense, Duccio er Papale, che piazzò
una botta a fil di palo, tra gli sfottò della gente.
Pasolini però non
disperava. Era convinto del valore della squadra e visto che dopo la rete
era sceso il morale, chiese al Brutto di spostarsi all’ala e lui si mise
al centro, a smistare palloni e a fare gioco. Così, sotto la sua
guida, a poco a poco la squadra riprese convinzione e fece faville. Segnarono
il Catena, Montesano, due gol il Manetta e uno anche Pasolini. L’ultimo,
girando al volo un passaggio del Brutto. Finì 5 a 2, e fu un trionfo,
perché non fu sublime solo il risultato, ma la vittoria ottenuta
su rimonta, il carattere e la qualità del gioco dimostrati. Persino
il pubblico, pubblico avverso che all’inizio aveva fischiato, alla fine
riconobbe il valore della squadra, di quei ragazzi che adesso si sentivano
campioni.
Filippetto Giordano, moscio
moscio, pattuì con il Manetta la rivincita, ma perse anche quella,
per 8 a 1. Poi fu la volta di un giro a Testaccio, 6 a 0 per il Caos, tondo
tondo, 5 a 1 al posteggio dietro San Paolo, con la Garbatella. Il ritorno
fu un 8 a 3, quasi un massacro.
In poco tempo la fama di
questa squadretta girò i quartieri e arrivò persino a Ostia,
un pomeriggio. Pasolini era con il ristoratore Luigi Orlandi, detto Giggio,
e stavano facendo due chiacchiere al Bagno Ondina. Un gruppo di ragazze
si era dato da fare per organizzare una partita sulla spiaggia. Turisti
stranieri, ragazzi inglesi, contro i locali, che in verità non avevano
nessuna voglia di giocare. Quegli altri invece erano capaci, gente potente
e bene allenata che fece un boccone dei romani. I bagnanti facevano contorno
sulla spiaggetta, urlavano incitamenti e insulti, ridevano, erano davvero
vivi. Pasolini si perse dentro quella confusione, anche lui divertendosi
a seguire la partita in mezzo alla bolgia che si era creata. Fu quando
Giggio Orlandi imprecò per la pochezza della compagine italiana
che pareva senza passione, senza rispetto per il gioco, che il poeta gli
parlò del Caos di Monteverde.
«Perché non
venite a giocare qui, all’Idroscalo? C’è la squadretta dei ragazzi
che è ‘na bbomba. Voglio proprio vede’ i tuoi pischelli che sanno
fa’ contro quelli dell’Ostia. Sono ragazzi sui diciott’anni, e molto tosti.
Io ce metto la coppa. Famo er Trofeo del Lido, vedrai che rrobba!»
disse Giggio dopo il racconto.
Si decise per la sera del
10 settembre, una partita secca, da giocare sul campetto all’Idroscalo.
Il Manetta e gli altri furono perplessi.
«A Pa’. Ma quelli
so’ gajardi, so’ più grandi de noi, e menano duro!»
«Ma noi siamo una
squadra, non vi ricordate? E poi non è mai detta l’ultima parola.
Abbiamo già dimostrato di essere capaci di dare un senso al nostro
giocare. Nella vita bisogna provarci, spendere fino in fondo quello che
abbiamo, a rischio di sbagliare» rispose Pasolini, e li convinse.
Sul campo dell’Idroscalo
di Ostia il Caos di Monteverde giocò la partita secondo la sua fama.
Giggio Orlandi procurò anche delle vere maglie che a molti ragazzetti
andavano un po’ larghe. Remo e il Pugnetta, per esempio, giocarono con
maniche arrotolate e un salsicciotto attorno ai calzoncini, tra le risa
e gli schiamazzi dei presenti. Al Manetta, alto e allampanato, la maglia
gli arrivava all’ombelico. Forse per questo, o per il fatto che l’impegno
gli sembrò più grande dell’onore, prima di entrare in campo
si avvicinò a Pasolini e sottovoce gli disse:
«A Pa’, fa’ tu er
capitano, io nun me ce la sento.»
Così fu lui ad andare
al centro, a presentarsi all’arbitro, tal Moricone, e a stringere la mano
all’altro capitano. Nel sole che intanto tramontava, il poeta vide avanzare
in controluce l’ombra di un ragazzo snello, un’ombra perfetta, che si muoveva
con una grazia leggera, scivolando. La testa era una corona di riccioli,
gli occhi due tondi azzurri, una bellezza che per un momento gli tolse
il fiato di netto.
«Piacere, io so’ Riccetto»
gli disse allungando la mano. «Nun stamo gnanche a comincia’, tanto
per voi è finita» fece allargando un sorriso disarmarite.
Pasolini disse qualcosa, controllò il sorteggio, scelse il lato
del campo con voce esitante e poi ricambiò la stretta all’arbitro,
e all’avversario.
Per tutta la partita giocò
bene, come al solito si impegnò fino alla morte, ma ogni volta che
si avvicinava all’area avversaria evitava di guardare verso Riccetto, che
era il portiere, fuggiva lo sguardo di quegli occhi azzurri che non lo
lasciavano respirare. Chiamava la palla, parlava ai compagni. Pensava a
giocare.
L’Ostia Idroscalo era davvero
tosta, ma il Caos non fu da meno, e pure se gli altri erano più
esperti e meglio organizzati, i ragazzi del Monteverde ci misero il cuore,
corsero e soffrirono come si doveva, giocando di fino o picchiando quando
occorreva.
Il punteggio fu davvero
un’altalena: prima marcò l’Ostia, poi pareggiò il Catena
con una sforbiciata degna di Parola. Segnò ancora l’Ostia, con un
certo Martini, e fece pari il Moretto, su punizione. Quindi Pasolini mise
in porta una sventola tirata da lontano, e ancora pareggiarono gli altri
con un rigore assegnato giustamente per un intervento del Pugnetta, un
fallo di mano.
Alla fine del tempo regolamentare,
dopo tutti quei colpi di scena il punteggio era ancora in parità,
né vincitori né vinti. L’arbitro chiamò al centro
i capitani e disse: «Famo i supplementari, un quarto d’ora ognuno,
la coppa la devemo puro da’ a qualcuno…», ma anche quel tempo aggiunto
non decise niente. Segnò ancora l’Ostia e ancora il Monteverde.
Così fu chiamato Giggio Orlandi e Moricone gli chiese:
«Che ffamo? Se proprio
vuoi da’ ‘sta coppa suggerisco i rigori. Come da regolamento internazionale.
Tirano cinque volte per parte e chi segna segna.»
Giggio annuì e si
continuò la sfida.
Calciarono prima i locali,
e fecero il punto, poi fu la volta di Remo che tirò fuori. La disperazione
del Caos si sentì chiara, salì più alta delle urla
dell’Ostia che se la rideva. Ma dopo un nuovo turno di rigori andato in
pari, fu uno di casa a sbagliare il tiro, e il Caos andò in pareggio
fino all’ultimo giro, quando Spino parò una botta micidiale che
un tale Andreucci gli aveva sparato nell’angolo di destra. Una grande presa.
I suoi compagni fecero festa, gli furono addosso, con pacche, abbracci
e baci tanto che per un momento rischiò di soffocare. Pasolini fu
l’ultimo a tirare, quando era pari il punteggio. Il tiro decisivo.
Il poeta prese con le mani
il pallone, lo strinse come se volesse schiacciarlo, poi se lo fece rimbalzare
qualche volta accanto, mentre lui era serio serio, come se stesse pensando.
Che pensa in quei momenti un giocatore? Ha la mente sgombra, oppure è
in preda al terrore che un istante di follia butti al vento tutto? Sono
solo undici metri, la porta davanti è immensa, eppure far passare
il pallone sembra un’impresa. Quella sera, al campo dell’Idroscalo, Pasolini
era il Caos, era dieci ragazzi con un sogno affidato ai suoi piedi, a quell’unico
calcio da tirare. Dieci ragazzi dentro di sé, dentro il suo petto
e davanti a lui gli occhi azzurri di Riccetto che l’avevano fatto di colpo
innamorare.
Il poeta posò il
pallone sul dischetto, fece due passi indietro fissando la terra. Poi scattò
in avanti e tirò senza guardare. Il pallone si infilò in
rete e lui sentì un boato, mentre il Manetta, Spino, il Catena già
gli saltavano addosso. Dal mucchio dei compagni, un temporale di abbracci,
vide Riccetto sdraiato sulla linea di porta.
Mentre Giggio arrivava con
la coppa promessa, e i ragazzi del Caos erano stelle, lui andò verso
il portiere, col cuore in tumulto.
«Mi dispiace davvero»
gli disse.
Il ragazzo piangeva.
Le urla felici, le lacrime
negli occhi del portiere battuto.
Pasolini sentì che
era tutto perduto.
[da L’angelo di Coppi,
di Ugo Ricciarelli, Oscar Mondadori, Milano 2004]
Ugo Riccarelli è
nato a Ciriè (Torino) nel 1954 da famiglia toscana. Vive e lavora
a Pisa. Ha pubblicato Le scarpe appese al cuore (Feltrinelli,
1995: premio Chianti; ora nella collezione Oscar Mondadori), Un uomo
che forse si chiamava Shulz (Piemme, 1998; selezioe premio Campiello,
Prix Wizo Européen), Stramonio (Piemme 2000; premio Pisa)
e Il dolore perfetto (Mondadori, 2004; premio Strega).
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