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Saggistica PROVOCAZIONI
Pasolini non «serve» a niente. Con la sua opera non si costruisce alcunché: né una linea politica né una teoria letteraria né una morale per il nuovo millennio. Forse andrebbe ripetuta una verità del genere nel momento in cui si comincia a celebrare a trent’anni dalla morte lo scrittore, che è stato utilizzato enfaticamente come una specie di santino dalla destra e dalla sinistra, da registi e da scrittori, da professori e da cardinali... Non può evidentemente essere un «modello», proprio per il carattere tragico-eroico della sua figura, né ci offre ricette più o meno edificanti da seguire. Eppure parla di noi, della nostra esistenza. Se c’è una linea rossa che percorre l’intera sua biografia è quella della sincerità - totale, disarmata, a volte autolesionista - del bisogno imperioso di dire la verità. Dunque quando dico «inutilizzabile» non intendo dire inaccostabile. Tutt’altro. Il punto è che Pasolini intende dire sempre e a oltranza la verità - su di sé, sul mondo, sul nostro Paese. E sappiamo che la verità è contraddittoria, indocile a qualsiasi finalizzazione immediata. Sui temi del progresso, della democrazia, della storia, del marxismo, della religione, dei diritti, dei consumi, ecc. ha detto e scritto cose tra loro opposte (e non sempre originalissime). Il senso complessivo della sua opera sta allora più nel «come» diceva quelle cose e cioè nella sua miracolosa trasparenza esistenziale: ogni parola, ogni immagine pasoliniana rivelano subito la situazione - esistenziale, emotiva - da cui nascono e in modi spesso ruvidi, senza preoccupazioni formali (benché poi l’autore abbia uno «stile», ben riconoscibile). Credo che un nesso così stringente, così radicale tra biografia e pensiero sia un fatto rarissimo nella nostra cultura, malata di elegante retorica ed estremismo verbalistico. Vi viene in mente un solo intellettuale italiano che oggi evochi anche solo lontanamente qualcosa del genere? Quasi tutto quello che incontriamo nella sua opera è una figura di sostituzione: sta cioè per qualcos’altro. Pasolini voleva soprattutto essere un poeta e invece si è più compiutamente espresso come saggista (in un certo senso i film sono saggi sul cinema, le poesie saggi sulla poesia, i romanzi saggi sul romanzo, i drammi teatrali saggi sui drammi teatrali...); politicamente Pasolini si dichiara fino all’ultimo, e sinceramente, comunista; ma il suo amore per l’individuo e la sua fede nella democrazia (si innamorò dei militanti della New Left in quanto «mistici della democrazia») sembrerebbero collocarlo da tutt’altra parte; vuole continuamente educare gli altri, le masse, la collettività cui appartiene, ispirandosi al modello gramsciano, ma sa che il progresso è un’illusione e che non si può educare chi non vuole essere educato; lui stesso poi è una figura di sostituzione: da una parte smania di mostrarsi ed esporsi, di essere perseguitato e oggetto di pubblico martirio, dall’altra confessa all’amica Silvana Mauri che lui aspirava a un’esistenza naturale e serena... E vero, Pasolini ci ha mostrato più di chiunque altro come qualsiasi critica del presente debba alimentarsi soprattutto di un amore genuino per il passato, per la bellezza e non di un’utopia rivolta al futuro. Difficile però maneggiarlo prescindendo dal nucleo rovente della sua opera, che è poi una idea creaturale, metastorica, accecante di felicità, una religiosità atea e gnostica. Bisogna però immaginare uno gnostico incoerente, che alla fine si innamora della impura realtà, un greco antico, imbevuto di tragedia e di mito, passato attraverso esperienze intellettuali diversissime (cristianesimo «paolino», pittura rinascimentale, antropologia, psicanalisi, esistenzialismo...) e catapultato nell’Italia indecifrabile di una modernità giunta male e in ritardo. Dunque, correggerei in parte
l’assunto da cui sono partito. Pasolini può «servire»,
ma solo se sappiamo attraversarne l’opera senza impazienza, senza voler
«chiudere» in una improbabile dialettica le sue doloranti e
vitalissime contraddizioni. Ci lascia un compito non indifferente e, in
un certo senso, mai veramente esaudibile. Quello di trasformare ogni giorno
le Erinni - divinità distruttive, che oggi si esprimono soprattutto
come irrealtà, come illusione di poter controllare e possedere la
vita - nelle Eumenidi, capaci invece di mostrarci il volto autentico, non
consolatorio e non sempre benefico ma almeno tangibilmente reale, del mondo.
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