...
La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

Pupi Avati: Salò, tutto comincia con un mio script dal Marchese De Sade
di Miriam Tola
CinecittàNewsPaper n. 4

Pupi AvatiAll’inizio degli anni ‘70, con Claudio Masenza e Antonio Troisi cominciai la stesura di un film tratto da “Le 120 giornate di Sodoma” del marchese de Sade. Su suggerimento di Enrico Lucherini, puntammo  sull’aspetto boccaccesco della storia. Alle spalle avevamo la Euro International Film, una produzione allora piuttosto solida. Per la regia si era fatto il nome di Vittorio De Sisti. Ma capimmo che la materia narrativa era troppo forte per non incorrere nei tagli della censura e pensammo ad un altro regista.

Avevo visto Storie scellerate di Sergio Citti e suggerii di proporgli il progetto. Ma il contatto diretto fu con Pasolini che non conosceva il libro allora all’Indice e rintracciabile solo in qualche bancarella della stazione Termini.

La sceneggiatura non gli piacque e consigliò Citti di rifiutare. Tuttavia si mostrò interessato al testo originale. Fui io a portarglielo nella casa romana di via Eufrate. “Te la senti si scrivere la sceneggiatura da capo con me e Sergio?” chiese. Ero all’inizio della carriera e lavorare con Pasolini era un’opportunità enorme. Anchese a malincuore abbandonai i miei amici e dissi sì.

Cambiò l’ambientazione: dal ‘700 al fascismo
Per due mesi e mezzo via Eufrate è diventata la sede dei nostri incontri. Pasolini era molto più a suo agio con quella storia di quanto non lo fosse Citti, ancora candidato alla regia. Ero stupito dell’affinità estrema tra il mondo sadiano e quello pasoliniano. Le sue indicazioni erano chiarissime.

Mi diede anche “I fiori del male” di Charles Baudelaire, dicendo di inserire alcuni versi. Volle cambiare ambientazione: dal ‘700 al fascismo, una scelta che non condivisi perché l’equazione tra il regime e la spietatezza sadiana mi sembrò troppo facile.

Scrivevo, ma quel testo così duro, cupo e inquietante andava contro tutte le mie convinzioni morali e affrontarlo diventò sempre più difficile. Era come violentare me stesso. Avvertivo un senso di morte quasi premonitore in quelle pagine che, come il Requiem di Mozart, racchiudevano l’annuncio di qualcosa di tragico.

Arrivai alla fine, Citti e Pasolini approvarono il lavoro. Nel frattempo però la Euro International entrò in crisi e il progetto fu rinviato. Due anni dopo rincontrai Pasolini. Ero a cena al ristorante “La Carbonara” con Giovanni Bertolucci, lo vidi seduto al tavolo con Laura Betti. Ci salutammo e venne fuori che gli era appena saltato il film su San Paolo con Marlon Brando. “Perché non fai tu ‘Le 120 giornate di Sodoma’?” azzardai. Gli riportai il copione che non
aveva più e si convinse. Qualche tempo dopo mi chiamò il produttore Alberto Grimaldi: “La Euro International è fallita e anche Salò rischia di essere coinvolto. Io e Pier Paolo ci teniamo molto: lei dovrebbe cedere i diritti e rinunciare ad apparire”. Fui lautamente pagato e accettai.
Solo alcuni anni dopo venni a sapere che Pier Paolo aveva fatto alcune modifiche in fase di ripresa, accentuando la metafora sociopolitica. Appresi dai giornali della sua scomparsa terribile. Da allora ho chiuso ogni rapporto con quel film. Non ho mai visto Salò, ho cercato
di rimuoverlo in ogni modo.

Rimangono i ricordi della felice collaborazione con Pasolini: i suoi sorrisi, l’affetto per la madre, le cene che preparava con le sue mani. Ma detesto Salò perché per me coincide
con la morte di Pasolini.

VEDI LA RIVISTA ORIGINALE IN FORMAT PDF

 

.


Vedi anche: tutti gli aggiornamentii di "Pagine corsare" da ottobre 1998
.

 


Pupi Avati: Salò, tutto comincia con un mio script dal Marchese De Sade, di Miriam Tola

Vai alla pagina principale