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Saggistica Pupi Avati: Salò,
tutto comincia con un mio script dal Marchese De Sade
Avevo visto Storie scellerate di Sergio Citti e suggerii di proporgli il progetto. Ma il contatto diretto fu con Pasolini che non conosceva il libro allora all’Indice e rintracciabile solo in qualche bancarella della stazione Termini. La sceneggiatura non gli piacque e consigliò Citti di rifiutare. Tuttavia si mostrò interessato al testo originale. Fui io a portarglielo nella casa romana di via Eufrate. “Te la senti si scrivere la sceneggiatura da capo con me e Sergio?” chiese. Ero all’inizio della carriera e lavorare con Pasolini era un’opportunità enorme. Anchese a malincuore abbandonai i miei amici e dissi sì. Cambiò l’ambientazione:
dal ‘700 al fascismo
Mi diede anche “I fiori del male” di Charles Baudelaire, dicendo di inserire alcuni versi. Volle cambiare ambientazione: dal ‘700 al fascismo, una scelta che non condivisi perché l’equazione tra il regime e la spietatezza sadiana mi sembrò troppo facile. Scrivevo, ma quel testo così duro, cupo e inquietante andava contro tutte le mie convinzioni morali e affrontarlo diventò sempre più difficile. Era come violentare me stesso. Avvertivo un senso di morte quasi premonitore in quelle pagine che, come il Requiem di Mozart, racchiudevano l’annuncio di qualcosa di tragico. ![]() aveva più e si convinse. Qualche tempo dopo mi chiamò il produttore Alberto Grimaldi: “La Euro International è fallita e anche Salò rischia di essere coinvolto. Io e Pier Paolo ci teniamo molto: lei dovrebbe cedere i diritti e rinunciare ad apparire”. Fui lautamente pagato e accettai. ![]() di rimuoverlo in ogni modo. Rimangono i ricordi della
felice collaborazione con Pasolini: i suoi sorrisi, l’affetto per la madre,
le cene che preparava con le sue mani. Ma detesto Salò perché
per me coincide
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