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Saggistica Scritti molesti sullo
spettacolo e la cultura
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Ricordo certi colloqui con Pier Paolo Pasolini e soprattutto una frase: «Vedo di fronte a me un mondo doloroso e sempre più squallido. Non ho sogni, quindi non mi disegno neppure una visione futura». Nelle sue parole c'erano innocenza e bisogno di verità. Non temeva la vecchiaia né aveva più paura della morte [...]. . Enzo Biagi 10 ottobre 2006 Torna, puntualmente, il dibattito sulla mancanza oggi dei grandi intellettuali-guida presenti in Italia fino a trent’anni fa. Anche i nomi suggeriti tornano con una certa regolarità: Pasolini, Volponi, Calvino e pochi altri. Altrettanto puntualmente si confrontano al riguardo sostanzialmente due tesi contrapposte. Da una parte chi lamenta il degrado del dibattito culturale attuale lasciando credere che manchino oggi gli uomini per quell’agone: che non ci siano cioè intellettuali sufficientemente colti, sufficientemente coraggiosi e che insomma ormai tutto sarebbe irrimediabilmente perduto. Dall’altra parte alcuni scrittori - in particolare quelli che fanno riferimento a riviste letterarie on line come “Nazione indiana” o “Il primo amore” - reagiscono a questo spirito da damnatio temporum, dal sapore effettivamente un po’ reazionario, utilizzando argomenti altrettanto discutibili, negando cioè, nella sostanza, l’impoverimento della cultura e denunciando l’ostilità dei mezzi di comunicazione di massa e delle grandi case editrici. Ciò che di buono ci sarebbe - affermano - finisce per non riuscire a incidere sulla realtà, privato com’è di spazi, sostegno e visibiltà. Questa discussione si è ancora una volta riproposta, rimbalzando dalle pagine di alcuni quotidiani fino alle diverse riviste di letteratura in rete. Nessuna delle due posizioni appare in realtà condivisibile, per la semplice ragione che né l’una né l’altra si incaricano di fare i conti davvero e fino in fondo con la complessità dei temi che affrontano. Proviamo qui solo ad accennare. Non ci sono più figure del livello di Pasolini e di Calvino? Sembrerebbe indubitabile, ma la questione merita un approfondimento.
Si dà intellettuale e intellettuale, così come si dà cultura e cultura. Quest’ultima non è una cosa astratta, pura, acquisita una volta per tutte. È piuttosto un campo di forze conflittuali, e che confliggono fra loro. Come tale va intesa e come tale va vissuta da chi lavora al suo interno. Chi rimpiange Calvino mostra in fondo di avere a cuore, direttamente o indirettamente, un’idea di cultura come rifugio tranquillizzante: un anestetico contro lo “sfacelo” del mondo. Tutto il contrario dell’idea di cultura come forza critica, come luogo di conflitto: un punto di vista che apparteneva invece saldamente a Pasolini e che proprio per questo ci fa rimpiangere oggi la mancanza della sua forza e del suo rigore intellettuali.
Ed eccoci al secondo punto. Al di là del modo in cui si può formulare il rimpianto per la mancanza di figure del calibro di Pasolini, nondimeno si tratta di uno dei problemi più gravi della cultura contemporanea: il venir meno della forza, della consapevolezza critica, della profondità del dibattito culturale. Si può affrontare un problema così enorme e cruciale argomentando, come alcuni hanno fatto, che ciò che manca ai giovani scrittori è la possibilità di esprimersi attraverso i grandi mezzi di comunicazione di massa? Possibilità che invece, secondo questo punto di vista, avrebbe reso grande Pasolini? Si può insomma rispondere a un’osservazione superficiale (non ci sono più Pasolini e Calvino) con una osservazione altrettanto superficiale (ci sono ma non hanno spazio)? Non si può per almeno due buoni motivi. Innanzi tutto perché così facendo si elude un nodo davvero cruciale, quello dello sfacelo della cultura (il termine è di Adorno, uno dei critici più profondi e acuti dell’industria culturale), che effettivamente, dalla fine degli anni Settanta a oggi ha conosciuto un violento processo di impoverimento, con punte di accelerazione estreme e drammatiche, che nessuno può negare. Il fatto che sia uno sguardo “reazionario” della cultura a richiamare questo tema (uno sguardo cioè che mette sullo stesso piano Pasolini e Calvino in nome di una superiorità astratta e fasulla della Cultura) non può portare a eludere un nodo così cruciale. Nodo che deve essere affrontato però da un’altra angolazione, quella di chi guarda ai processi artistici e culturali legandoli al contesto complessivo in cui nascono e si sviluppano. In questo senso da trent’anni a questa parte è il mondo tutto che è cambiato e che dunque costringe a porre complessivamente gli stessi temi in modi diversi. Senza tenere conto di un elemento di complessità così importante non si riesce poi neppure a cogliere ciò che oggi di nuovo e di interessante sembra profilarsi all’orizzonte. Se è vero, come ha recentemente suggerito Romano Luperini, che il postmoderno mostra i primi segnali di cedimento, allora è vero che la stagione di Calvino (la stagione della “leggerezza”, della “morte dell’autore”) inizia forse a volgere al termine. E allora dovremmo chiederci non perché non ci siano più figure come quella di Calvino ma quali nuove e più interessanti figure possano mettere in discussione l’eredità culturale di Calvino. In secondo luogo, nelle tesi semplificate ricordate più sopra è presente una forte banalizzazione del meccanismo complessivo di funzionamento dell’industria culturale. Impossibile qui affrontare in modo approfondito la questione. Notiamo però che Pasolini scriveva sul “Corriere della sera” perché era considerato un’autorità intellettuale, e non il contrario (cioè non è scrivendo sul “Corriere” che ha acquistato un’autorità intellettuale). E il ragionamento vale anche per l’editoria: basterebbe ripercorrere i rapporti fra il più grande scrittore del Novecento, Joyce, e i suoi editori per capacitarsene. Insomma, e più in generale, potremmo dire che nei rapporti con gli artisti l’industria culturale, sin dalle sue origini, ha cercato di volgere a proprio favore l’autorità intellettuale piuttosto che costruirla attraverso lo sfruttamento commerciale. Diverso il caso, naturalmente, degli scrittori semplicemente di successo, omologhi e funzionali al sistema (che come tali non potremmo chiamare davvero “artisti”). Liala e Baricco non sono auctoritates intellettuali sfruttate dall’industria culturale, perché è piuttosto l’industria culturale ad aver costruito il loro prodotto per vendere l’illusione della fruizione tranquilla e serena dell’arte proprio nel tempo in cui, per contro, avere a che fare con l’arte non può che significare - lo ricordava Orson Welles - passare un brutto quarto d’ora. Allora, e per concludere, il fatto è che quando discutiamo di arte e di cultura dovremmo chiederci a quale accezione di arte alludiamo e di quale cultura vogliamo parlare. Di fronte alla contrapposizione sbagliata e fuorviante fra un passato da rimpiangere e un presente da difendere a tutti i costi dovremo interrogarci più profondamente sul giudizio da dare al passato e sui modi per irrobustire criticamente il nostro presente. Le due cose devono andare di pari passo: restituire complessità al passato significa costruire la complessità del presente.
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Pasolini, Calvino e il ruolo degli intellettuali, di Armando Petrini |