
|
|
|
di Massimo Sannelli
Le
ultime opere di Pasolini hanno in comune un ideale filologico
che ne giustifica il non-finito: questa provvisorietà da riempire
vale per La divina mimesis
(opera di citazionismo letterario e fotografico, quindi di filologia, in
quanto opera di un autore morto di «bastonate» a Palermo);
per Petrolio, che doveva
presentarsi come edizione critica di un materiale composito (e così,
in effetti, è apparso, a cura di un filologo romanzo); per La
nuova gioventù, che conferma il friulano non come «lingua
materna» ma come lingua politica (la lingua in cui il Potere fascista
e poi democristiano non
comunica); per Salò
come montaggio di citazioni alla moda, incastonate in una grande Citazione
da Sade. Parole culturali sopra altre parole («Au degré zéro
de la liberté», dice Blangis nell’Antinferno
di Salò; e la
signora Maggi, più avanti, parla – o si fa portavoce – del «caractère
divin de la mostruosité, à travers des actes réitérés,
c’est-à-dire des rites»); filologia anche della violenza all’ultimo
stadio: «La figura principale (di carattere metonimico) è
l’accumulazione (dei crimini): ma anche l’iperbole (vorrei giungere al
limite della sopportabilità)» [2].
Altra figura, correlata, sarà la climax.
L’unione
della filologia al provvisorio è esplicita nella Nota
introduttiva agli Scritti
corsari: «La ricostruzione di questo libro è affidata
al lettore. È lui che deve rimettere insieme i frammenti di un’opera
dispersa e incompleta. È lui che deve ricongiungere passi lontani
che però si integrano. È lui che deve organizzare i momenti
contraddittori ricercandone la sostanziale unitarietà. È
lui che deve eliminare le eventuali incoerenze (ossia ricerche o ipotesi
abbandonate). È lui che deve sostituire le ripetizioni con le eventuali
varianti (o altrimenti accepire le ripetizioni come delle appassionate
anafore)». L’appello al filologo è anche,
fin dall’inizio, un insieme di «appassionate anafore» [3]
(la formula È lui che deve):
l’enfasi è un grado della retorica, cioè del mestiere («bestia
da stile»), e quindi un segno che invoca, in questo caso, collaborazione
e intelligenza.
.
Forse
non è stato mai notato che l’esortazione alla filologia riappare
nel corpo del libro, all’interno della prova più enfatica e più
pericolosa: il Romanzo
delle stragi, già Che
cos’è questo golpe? nel «Corriere della Sera»
del 14 novembre 1974. Il percorso dell’articolo è chiaro, e la sua
enfasi sembra comportare due cose: da un lato, l’esibizione dell’intellettuale-scrittore
in quanto tale (Io so perché
sono uno scrittore;
ma non ho né prove
né indizi perché
– come scrittore –
non ho accesso a dati scottanti; denunciando un golpe
esibisco quindi la mia perizia, a partire dal mio stile: la classica anafora Io
so); dall’altro: l’unicum
stilistico come ‘spia’ per il lettore-filologo. Il capoverso che integra
la Nota introduttiva
dice: «Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore,
che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò
che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette
insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro
politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà,
la follia e il mistero».
Il
modello lirico italiano è stato, per secoli, quel Canzoniere
che ha come titolo Rerum vulgarium
fragmenta, e che si apre con una poesia sul rapporto ascolto
(del lettore)/disseminazione (di cose leggère, di per sé
piccole o impalpabili: le rime
sparse,il suono,
i sospiri). La fruizione
è quindi la fruizione – intelligente da parte del lettore/uditore
e programmata esplicitamente dal poeta – di parti «messe insieme»
in un libro, non in Liederblätter
o atti performativi della voce [4].
Il modello-canzoniere nasce anche come modello filologico, di poesia nella
filologia e di filologia nella poesia. In questo modo il poëta
doctus si accompagnerà per sempre al lector
doctus: il primo non potrebbe, e non potrà, lavorare
senza gli interventi del secondo.
La
proposta di Pasolini si situa in questa tradizione. E aggiunge un particolare
nuovo, date le qualità di quei
tempi: la filologia è la capacità di collegare i frammenti
(di Pasolini e di tutti i discorsi politici del 1974) per poter indovinare,
in mancanza di prove e indizi, i nomi. Tutto questo conferma l’intuizione
di Amelia Rosselli per cui «lo scrivere era proprio di chi rivoluzionarmente
era forzato ad una nascosta anche se quieta protesta, isolato ed isolandosi
da ogni compartecipazione ad un mondo nevrotico e borghese» [5].
E rispondendo all’inchiesta di Biancamaria Frabotta per Donne
in poesia (1976): «Ritengo che questo tipo di società
forzi allo scrivere chi non trovi, per destino o vocazione o per punizione,
sbocco a una attività strettamente politica» [6].
Se il «fervore filologico» è l’intelligenza dei confronti
– si tratta, soprattutto, di una filologia della collazione –, la comprensione
della politica collaziona le parole dei politici e dei loro commentatori
(anche per questo sarebbe utilissima un’analisi delle posizioni politiche
sulla morte di Pasolini: una filologia dei necrologi, positivi o negativi;
e se questa morte fosse realmente politica – come la considera Giorgio
Galli [7],
che accusa, senza nominarlo, il maggiore dei Democristiani – l’analisi
del linguaggio di chi, eventualmente, ha permesso e/o voluto questo omicidio
potrebbe essere rivelatrice).
Oggi
questa competenza assume forme ancora più sottili, per chi la vuole
praticare. La DC si è trasformata a poco a poco e poi quel mondo
è caduto del tutto; sostituito da un altro mondo, che non ha più
interessi politici,
nonostante le apparenze democratiche e parlamentari. Di qui la sua violenza
su scala mondiale: la nuova Destra non è più realmente
fascista o virilista o clericale o concentrata più che formalmente
su Dio-Patria-Famiglia. Questo tempo è diverso, e l’obiettivo non
è più ideologico ma pragmatico: gestire con intelligenza,
pragmaticamente, il Denaro e la Morte degli altri.
2. Se
in Pasolini «è stato ammazzato un poeta», il teorico
della morte come inaugurazione del montaggio
e del fatto che «non c’è niente di naturale nella natura» [8]
è possibile un’analisi poetica
dei discorsi sulla morte e del Discorso che è la stessa morte. Morte
che è, da un lato, un atto di violenza, e probabilmente un «pestaggio
freddo e macabro» [9]
organizzato (le ultimissime rivelazioni di Pelosi lo dimostrano, senza
chiarire nulla su moventi e mandanti, e lasciando chiuso il mistero); dall’altro,
un evento praticamente predeterminato in/da quasi tutto il curriculum
poetico di Pasolini. Il secondo versante costituisce l’interpretazione
sacrificale (il ‘copione’ filmico della morte-rinascita) di Giuseppe Zigaina,
alla quale andrebbe dato maggior credito: interpretando la morte come fatto
poetico, intersecabile con altri fatti poetici, all’interno di una forma
mentis e di un itinerario continuamente en
poète. Dopo le nuove rivelazioni di Pelosi, Zigaina ha
rilasciato un’intervista a Stefano Lorenzetto (“Il Giornale”, 9 maggio
2005, p. 13): vi si legge, ad esempio, che «Pasolini, col proprio
sacrificio, sperava di procurarsi raccolti culturali come poeta»,
replicando il gesto paleoagricolo già mostrato in Medea. Su
questo omicidio esiste un paradosso tragico: più lo si affronta
criticamente-criminologicamente e meno lo si capisce. E perché una
morte continuamente presagita con scritti poetici
non dovrebbe essere letta poeticamente,
come ‘testo’, quando si realizza? Il drómenon
e il legómenon
non sono né separati né separabili, se fanno parte del sistema
di un intellettuale per cui fare politica significa, in primo luogo, scrivere
di politica: tà kài
tà, questo e
quello. 3. L’ipotesi,
straziante, è che in questa morte non ci si orienta e non si riesce
a capire perché ci si ostina a considerare criminologico il poetico,
cronachistico il mitico e l’emblematico («[…] la vicenda mortale
di Pasolini ridiventa così perfetta ed esemplare, si presta alla
mitizzazione», ed è «un emblema del nostro tempo» [10]).Emblema e mito
non solo o non tanto l’uomo,
quanto il modo della
morte. È una bestemmia e un partito preso, che – nel caso di Pasolini,
e forse solo nel suo caso – ha una sua ragion d’essere. 4. Un
testo è duro quando è frammentario (non si può identificare
un inizio e una fine, e quindi il segmento esistente è un troncone)
o se mostra usi linguistici poco affini ad una koiné.
Quello che possediamo sui fatti della morte di Pasolini è, appunto,
frammentario e i dati disponibili non si riorganizzano in una logica; è
esterno ad una koiné
comportamentale piccolo-borghese. È difficile, se non impossibile,
pensare ad una morte simile per altri intellettuali italiani, sia pure
altrettanto scomodi e engagés:
impensabile perché inappropriata al loro percorso e ai contenuti
della loro arte o professione. Infatti, da testimone dello Zeitgeist,
Camon nota che Fortini e Moravia possono essere «immuni dallo scandalo»,
in quanto accusatori o giudici, quasi professionali, dello scandalo; mentre
Pasolini «non è immune da scandalo ma lo sconta» [11].
Per Camon il primo è un ideologo, il secondo un descrittore, il
terzo un poeta. 5. Che
tipo di testo è la morte di Pasolini? È una poesia o una
prosa? Non è una domanda bizantina o puramente nominalistica, date
le premesse. Risposta
ipotetica: è una poesia tragica, perché concentrata, riduttivamente,
sull’io-vittima e sugli assassini (do per scontato il «concorso con
ignoti» di Pelosi, secondo la prima sentenza, o comunque la compresenza,
Pelosi innocente, di più picchiatori). Non ha la grande coralità
e la quantità di invenzione della prosa narrativa; né l’astrazione
del saggio, anche se la saggistica pasoliniana è profondamente radicata
nell’individualità e in un «laboratorio» personale,
che emerge più volte in Empirismo
eretico. 6. «Sulla
morte di Pasolini non sappiamo, e non sapremo, mai nulla», scrisse,
abbastanza a caldo, Camon [12].
In realtà ne sappiamo molto, soprattutto per quanto riguarda il
suo senso. Di questa poesia-morte (la morta
poesì dell’Inferno di Dante) sfuggono la retorica (cioè
i fatti) e la sintassi (cioè l’ordine esatto), non – paradossalmente
– il senso; quello che in una poesia scritta non potrebbe accadere, qui
è possibile. Ed è possibile per l’incredibile ‘intertestualità’
che l’omicidio-‘testo’ (testo performativo, pragmatico) ha con i veri testi,
che significano per verba. 7. Nel
1974, il rifacimento del Dì
de la me muàrt per La
nuova gioventù inizia con un vero e proprio segnale.
La citazione, attraverso Dostoevskij, di una frase di Gesù che esiste
solo in Giovanni 12, 24: «…se il chicco di grano, caduto in terra,
non morirà, rimarrà solo, ma se morirà darà
molto frutto», da leggere con il versetto 25, che appartiene anche
ai sinottici («Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita
in questo mondo la conserverà per la vita eterna»: cfr. Mt.,
16, 25 e Lc., 17, 33),
e da confrontare con un passo di Paolo (I
Cor., 15, 36: «Stolto! Ciò che tu semini non prende
vita, se prima non muore», secondo la Bibbia
di Gerusalemme), che entra negli Appunti
per un film su san Paolo (1968-1974) [13]
nella forma «Quello che si semina non ritorna vita se prima non muore». Paolo
pronuncia questa frase nella scena 56 del progetto, ambientato nella «Periferia
di una grande città: Roma». Dopo il suo discorso avviene un
fatto imprevisto, che è parte della tendenza profetico-politica
di Pasolini. Trascrivendolo, inserisco in nota alcune occorrenze di loci
similes, a conferma della potenza letteraria, e verbalmente
contagiosa, di quanto è stato progettato per il film: Poi,
insieme ai pochi, miseri, che erano venuti ad ascoltare Paolo con qualche
speranza in cuore, si erano mescolati dei giovani dalla faccia oscura e
feroce. Ed
ecco che improvvisamente arriva, in un camion, una banda: sono “teppisti” [14],
e, tra loro, meno in vista, la solita faccia distorta dell’uomo d’ordine
fanatico, che li guida [15]. L’azione
è rapida, come nei sogni. Tutto accade fulmineamente sotto gli occhi
distratti della polizia: l’assalto dei teppisti tra le urla di scherno
e di rabbia [16];
la fuga della povera gente; il pestaggio a Paolo, e ai suoi due o tre anonimi
seguaci che gli stanno accanto. Un
pestaggio freddo e macabro, da cui è dissociato ogni sentimento
umano. Poi,
gli aggressori, fulminei come sono venuti, risalgono sul loro camion: non
senza che uno di loro, prima di andarsene, sputi sul corpo inanimato di
Paolo. Nel
sole accecante [17],
Paolo sembra morto: il suo corpo è inerte. Visto
in primo piano è una maschera di sangue: grumi di sangue e polvere:
insopportabile alla vista e irriconoscibile [18]. 8. Dunque
Cristo spiega che vivere=isolamento=non fruttificare, ma morire=collegarsi
ad altri=fruttificare. L’ultima stanza del Dì
de la me muàrt nella redazione 1974 è una specie
di antiprogramma, che registra un fatto indesiderabile e incoerente con
l’epigrafe: «E invessi al à scrit / poesiis di santitàt
/ crodìnt che cussì / il còur al doventàas
pì grand. / I dis a son passàs / a un lavoru ch’al à
ruvinàt / la santitàt dal so còur: / il gragnèl
a no’l è muàrt / e lui al è restàt bessoul».
Perché il progetto non fallisca, il granello deve morire e interpolarsi
con altri, accettando la sfida che è di ogni morte: «non poter
più essere compresi» (Una
disperata vitalità, in Poesia
in forma di rosa), ma con-dividersi. Lo stesso Gesù
non può non morire. 9. Per
Pasolini e per Amelia Rosselli deve trattarsi del non
plus ultra del «contenutismo» che li accomuna dagli
anni Sessanta alla fine: il problema non è tanto identificare l’opera
con la vita, quanto chiamare la vita a garante dell’onestà e anche
della maestà della propria opera. Il sacrificio per omicidio o suicidio
non è l’omissione delle opere future o una cesura violenta, ma,
letteralmente, l’ultimo testo,
dopo il quale inizia il montaggio postumo, delegato ai sopravvissuti, noi
stessi. Tutto
questo è assolutamente non-logico, ma è cristico, se non
apertamente cristiano. E sconvolge fino alla disperazione il lettore-studioso,
se la ricostruzione è giusta: Orfeo e Cristo, il poeta e il pastore
(e il pastor-poeta Pietro II di Poesia
in forma di rosa) hanno origini e formazione borghesi, militano,
scrivono; ma vengono dal mito e tornano al mito, attraverso una sorta di
terrorismo dell’agápe,
in cui la vittima è autoproclamata. In pratica, in questi autori
i dati civili e borghesi sono una superfetazione eliminabile, come gli
stessi progetti culturali o vitali: tanto che i testi e l’ultimo testo,
l’amore e «la vita nei secoli» (Una
disperata vitalità) diventano la matrice di tutte
le operazioni, biologiche e culturali, e – per noi – la provocazione a
nuovi stili di analisi, volendo. La
giustizia si fa, in questi casi, anche rifiutando di isolare e nascondere
il ruolo storico-letterario
di chi muore e il ‘montaggio’ post
mortem che desidera dare alla propria esistenza. In caso
contrario non possiamo capire quasi nulla, e le ‘rivelazioni’ o le ‘testimonianze’
portano più buio che luce. È, realisticamente, un lavoro
difficile, quasi il non plus ultra
della filologia, della teologia «impura» [19]
e della carità. 10. Nella
prima versione di Pelosi, Pasolini muore in un litigio per ragioni sessuali.
Nella versione di Sergio Citti, Pasolini muore in un’imboscata di cui Pino
è l’esca e la copia di Salò
lo stimolo ad esporsi. Nella nuova versione di Pelosi, il diverbio non
esiste, ma accade qualcosa che ricorda il pestaggio ex
abrupto di san Paolo. Secondo Zigaina, Pasolini aveva programmato
da anni la propria morte, come un film che ripetesse la morte e gli effetti
postumi di Orfeo e di Cristo (e per far quadrare i conti, Zigaina diventa
forse troppo antropologico: ad esempio, il «campetto di calcio»
corrisponde all’antico «recinto sacro»). Pasolini potrebbe
aver ‘programmato’, forse, solo una morte che non avesse nulla di una morte
‘borghese’, e dunque stilizzata e comoda. L’unica, ma enorme, obiezione
alla teoria della programmazione è il «cuore di figlio»:
Pasolini avrebbe coscientemente fatto
questo a sua madre? Oppure l’avrebbe fatto, e il verso «e penso a
quello che deve ancora soffrire», in Patmos
(1969), si riferisce al programma sacrificale, che supera anche l’amore
madre-figlio? Le
quattro o cinque versioni sono contemporaneamente vere e false, sono «polverone» [20]
e «granello» [21]
di verità. Ma il granello deve morire per realizzarsi come seme:
deve essere, in primo luogo, usato. Una
piccola verità brutale è questa: accusare Pelosi e/o altri
«teppisti» è come accusare Giuda e i Romani per la morte
di Gesù. Certamente sono responsabili, ognuno nel proprio ruolo
di esca, mandante, esecutore. Ma è proprio della vittima cristiana
vivere innocente e morire tale, e in
quanto tale: chi sopravvive è il colpevole, la cui sopravvivenza
è un marchio come quello di Caino. La stessa brutalità critica
spinge a trarre una conseguenza: per capire
tutta la morte di Pasolini sarebbe necessario, utopisticamente, un tribunale-‘ombra’
di santi e di poeti, abituato ad una certa forma
mentis e ad una speciale mistura di enfasi e di delicatezza. [1]
Stesure precedenti della sez. 1: nel blog «Sequenze» (settembre
2004: www.sequenze.splinder.com)
e, con il titolo La filologia politica di Pier Paolo Pasolini e
alcune varianti, in www.italialibri.net
(ottobre 2004). Il resto è inedito.
[2]
Nell’intervista Il sesso come metafora del potere, sul «Corriere
della Sera» del 25 marzo 1975, ora nella raccolta Per il cinema,
Mondadori, Milano 2001, pp. 2063-2067: p. 2066.
[3]
Lo stesso stile da «litania» (o, inutilmente, da «mero
esercizio accademico») che regge il cuore dell’articolo Perché
il Processo («Corriere della Sera», 28 settembre 1975;
ora in Lettere luterane, Einaudi,
Torino 2003, pp. 145-151): «Gli italiani vogliono consapevolmente
sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar. // Gli italiani vogliono
consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid. // Gli italiani
vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia»,
ecc.; alcuni paragrafi dopo la formula iterativa cambia: «Gli italiani
vogliono ancora sapere che cos’è».
[4]
Cfr., di chi scrive, L’organizzazione delle parti, nel sitowww.italialibri.net
(da ottobre 2004) e Raccolta, canzoniere, Liederbuch, in Poesía
latina medieval (siglos V-XV), al cuidado de M.C. Díaz y Díaz
yJosé M. Díaz de Bustamante,
Edizioni del Galluzzo, Firenze 2005, pp. 303-307.
[5]
Sandro Penna, «L’Unità», 1° luglio 1970, ristampato
in «Trasparenze», 17-19 (2003), pp. 5-8: p. 5.
[7]
Galli cita la lettera di Pasolini a “Il Mondo” del 28 agosto 1975 e commenta:
«Due mesi dopo, il 2 novembre, Pasolini viene trovato cadavere a
Ostia, ucciso da un “ragazzo di vita” in circostanze non prive di ambiguità».
Nonostante il linguaggio diplomatico, che servirà ad evitare conseguenze
legali, il collegamento tra critica della politica e reazione della politica
è chiaro (Il prezzo del potere. La carriera politica di Giulio
Andreotti, Kaos, Milano 2003, p. 133: è la sola occorrenza del
nome di Pasolini nel libro). La richiesta di un «Processo»
– con la maiuscola, così come gli imputati ne sarebbero il Palazzo
e la Democrazia Cristiana – è consegnata ad una serie di articoli
della sezione eponima delle Lettere luterane. Dario Bellezza nell’incipit
di Morte di Pasolini, (Mondadori, Milano 1995, p. 7) non avalla
la tesi politica, ma ne ricorda il contesto, con un’espressione anche troppo
forte: «Pasolini si considerò sempre una vittima predestinata:
la più alta e tragica dell’enorme, immenso Campo di Concentramento
che era l’Italia democristiana». E a p. 109, continuando a dubitare
dell’«ipotesi politica», ammette che «il demone del dubbio
s’insinua in me, s’insinuò in me, tortuoso e inafferrabile, specie
all’inizio, ossia alla fine dei giorni di Pier Paolo, ricordando l’aria
di violenza che spirava su Roma in quell’ottobre primaverile. Dopo la morte
di Pier Paolo tutto si calmò». Espressioni come queste insinuano
il «demone» anche nel lettore.
[8]
Nell’ordine: Moravia nell’orazione
funebre per Pasolini in Campo de’ Fiori; Empirismo
eretico, soprattutto nel corpus degli scritti sul cinema; la voce del
Centauro in Medea.
[13]
In Per il cinema, cit. (pp. 1881-2030), incastonato tra Il
fiore delle Mille e una notte e Salò.
[14]
«A bordo dell'auto e della motocicletta, i teppisti
scelti per il pestaggio»: Oriana Fallaci, Il
testimone misterioso, «L’Europeo», 47 (1975).
[15]
«Les agressions fascistes – j’étais présente – devenaient
pour la police et pour la magistrature des “rixes”. Oui, des “rixes” contrôlées
par la police afin que les fascistes en sortent protégés,
au chaud, en sécurité»: Laura Betti, Témoin
et accusateur, trad. par Anna Rocchi-Pullberg, «Revue d’esthétique»,
3 (1982), pp. 9-10: p. 10.
[16]
Cfr. Nico Naldini, duramente de-mitizzante in questo e in altri casi di
Pasolini, e convinto della sostanziale sincerità delle prime confessioni
di Pelosi: «E’ andata purtroppo come si disse fin dal primo momento:
e cioè che il ragazzo gli si rivoltasse contro con una rabbia
tale da ridurlo in quello stato» (dichiarazione a Dino Martirano:
«Corriere della Sera», 9 maggio 2005, p. 12). E lo stesso Pelosi
nella nuova confessione, così come è cit. in un articolo
di Giacomo Galeazzi («La Stampa», 10 maggio 2005, p. 8: «lo
picchiarono selvaggiamente gridando “Fetuso, arruso, sporco comunista”»).
[17]
L’io della redazione 1942 del Dì de la me muàrt muore
«sot il soreli ch’al art» (sotto il sole che arde). Il sole
scompare nel rifacimento 1974.
[18]
«Il viso era quasi irriconoscibile»: Angelo Bocconetti,
Delitto
Pasolini, nuova inchiesta, «Il Secolo XIX», 8 maggio 2005,
p. 5. «[…] orribilmente sfigurato e ricoperto di sangue»:
In
tv le immagini choc del corpo, «Corriere della Sera», 9
maggio 2005, p. 12 (non firmato). Nell’articolo I punti oscuri, nella stessa
pagina del «Corriere»: «il corpo del regista è
stato reso irriconoscibile dalla violenza dell’aggressione».
[19]
Cfr. Adriana Zarri, Una teologia della vita, in Il respiro delle
donne, a c. di Luce Irigaray, il Saggiatore, Milano 1997, pp. 91-101,
e p. 96 in particolare: «La passione teologica mi è nata dentro
con la vita. Forse ogni esistenza di credente è teologia fatta,
così come ogni teologia riflessa porta il sangue e l’umore del vissuto.
Si dirà forse che questa è una teologia “impura”. Sono ben
consapevole che lo è, e voglio chiaramente che lo sia. Dato, e tutt’altro
che concesso, che una teologia “pura” possa esistere, si tratterebbe di
una pessima teologia e non vorrei mai farla».
[20]
Del «solito polverone» parla Marco Tullio Giordana a colloquio
con Michele Anselmi (“Il riformista”, 10 maggio 2005, p. 6); Nico Naldini,
nella dichiarazione cit. supra, usa due volte il termine: «Direi
che è ora di finirla con questi polveroni» e «penso
che tutto questo serva ad alzare dei polveroni dietro i quali non c’è
nulla».
[21]
Con il «granello di verità» Fallaci chiude l’articolo
dell’«Europeo», già cit.: «[…] il cadavere
venne lavato prima di completare gli esami della scientifica. Si voleva
lavare anche la nostra coscienza? Oddio, ma per quello non basterebbero
le cascate del Niagara. Arida e sporca come il cuore di chi non parla,
essa non sa affrontare nemmeno un granello di verità. E quando qualcuno
per caso lo offre, osservando i diritti e i doveri di un cittadino e di
un giornalista, subito s’alza un gran vento. E spazza via quel granello,
in un turbinare di sabbia». Il gragnèl friulano e giovanneo
diventa granello nella traduzione italiana dell’autore; e sensibilizza
anche Fallaci. Il «turbinare di sabbia» è gemello del
«polverone» citato nella nota precedente: a conferma dei fenomeni
di eco e riuso in un caso che implica
il significar per verba.
|
|
|
|
|