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Ma non basta bocciare
di Vincenzo Cerami, "Il Gazzettino" 2 agosto 2008

e una "Lettera a Cerami" di Chiara Rubin

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1° agosto 2008: il Consiglio dei ministri ha approvato stamani la proposta del ministro dell'Istruzione, dell'università e della ricerca Mariastella Gelmini di considerare la "valutazione comportamentale", un elemento determinante ai fini della valutazione complessiva dello studente, indipendentemente dalla qualità del suo curriculum scolastico. In sostanza, anche se il ministro ha più volte ripetuto che non è di questo che si tratta, torna il "sette in condotta". O, comunque, torna la possibilità di bocciare o rimandare per una cattiva valutazione dei professori sul comportamento dell'alunno durante l'anno scolastico. La norma è in linea con interventi precedenti del ministro, che ha sempre mostrato una certa fiducia in strumenti di natura punitiva a fini educativi.
 

Vincenzo Cerami e il professor Pasolini: "Ero stato bocciato in prima media, da un altro professore... all'inizio dell'anno mia madre parlò con lui. Gli disse delle mie difficoltà; cercò di spiegargli che non ero un bambino sereno... Pier Paolo non le disse nulla. Però poi, in quei tre anni, con molta intelligenza pedagogica e anche, direi, psicanalitica, è riuscito pian piano a farmi diventare estroverso. Io sentivo la necessità di parlare con questo giovane professore, che aveva ventotto, ventinove anni. Che parlava una lingua così lontana...".


Ma non basta bocciare, di Vincenzo Cerami

Torna il voto in condotta, con il potere di far bocciare lo studente indisciplinato. Vivaddio!, griderà qualcuno di fronte al preoccupante fenomeno di studenti più o meno bulli, più o meno sprezzanti della scuola. Se il provvedimento servirà a scoraggiare gli spregevoli atteggiamenti di ragazzi scalmanati, sia il benvenuto. Il discorso potrebbe finire qui. Invece è più complesso di quel che sembra. Innanzi tutto è obiettivamente difficile codificare una buona condotta che valga per tutti i ragazzi: quanti di loro sono bravi e intelligenti, ma scalpitanti per carattere, o introversi e poco sociali, o patologicamente timidi e quindi aggressivi, o solo troppo esuberanti, o con difficoltà di socializzazione?

Quanti ragazzi fragili, o nati in famiglie difficili, problematiche, sono studenti dal buon profitto?

Agli insegnanti si richiede non solo una responsabilità pedagogica, ma anche una discrezionalità e una sensibilità particolari che possono decidere della salute psichica e della felicità degli allievi. Un insegnante troppo autoritario e ottuso potrebbe usare il ricatto del voto in condotta per irreggimentare drasticamente gli studenti, e istupidirli, appiattirli, omologarli.

Il voto in condotta di una volta, nel bene o nel male, faceva riferimento a un modello di comportamento molto ben definito, ispirato a principi tanto rigidi quanto in sintonia con un'idea chiara di società, con le sue regole stabilite e i suoi riti pagani e religiosi. Ogni ragazzo entrava in classe con il suo bagaglio culturale, sia il ricco che il povero. E in tutti i casi si sedeva al banco con il dovuto rispetto dell'insegnante in quanto simbolo del sapere. Il sapere aveva per tutti un valore, era una meta da conquistare, la garanzia di un futuro amico.

La crisi della scuola, per la quale oggi si cerca una pezza con la restaurazione del voto in condotta, ha ragioni culturali molto profonde, si radica nella perdita di senso dello stesso sapere. Oggi gran parte dei ragazzi entrano nella scuola per imparare a diventare ricchi, più che spinti dal desiderio di conoscere le leggi che regolano il mondo materiale e spirituale nel quale muovono i primi passi. In una realtà nella quale il migliore è il più ricco e il peggiore è il più povero, l'insegnante non ha alcuna autorevolezza, perché quasi tutti i suoi studenti sono più ricchi di lui.

L'indisciplina dilagante dei nostri tempi nasce proprio dall'insano rapporto tra studenti e docenti, per ragioni culturali prima che politiche. Quindi ben venga il voto in condotta, ma si sappia che è solo un palliativo. Sarà un debole deterrente. Il bullo se ne frega della promozione o della bocciatura, e tanto meno del voto in condotta. Va a scuola solo perché obbligato, e, non credendo agli insegnamenti di un perdente, dà spazio alla maleducazione appresa in famiglia e in una società che viene vissuta come jungla.

Si sa, la scuola è un laboratorio preziosissimo per capire cosa sta succedendo alla nostra comunità. L'Italia è scesa agli ultimi posti nel mondo occidentale per quanto riguarda l'istruzione dei nostri ragazzi. E finché non si restituirà valore al sapere e all'autorevolezza dei maestri, qualsiasi iniziativa per migliorare le cose avrà effetti quasi irrisori. Sta qui il paradosso: la cura più efficace per combattere l'indisciplina scolastica è dare dignità alla scuola. Amare la scuola vuol dire credere nel futuro. È la sfiducia nel futuro che toglie senso alla conoscenza.

Vincenzo Cerami

La lettera a Cerami, di Chiara Rubin

Caro e stimato Vincenzo Cerami,

ho letto con interesse e un filo di rabbia il tuo intervento sul Gazzettino del 2 agosto, intitolato "Ma non basta la bocciatura". Sono un'insegnante e vorrei aggiungere qualcos'altro a ciò che hai giustamente osservato tu. Ti scrivo da queste pagine per due motivi: il primo è che coltivo un'affettuosa consuetudine con Pagine corsare, come visitatrice e a volte come collaboratrice; il secondo e forse il più importante è che Pasolini è stato tuo professore ed è da decenni per me il maestro più caro. Ambedue quindi conosciamo la sua meravigliosa attitudine pedagogica, che ci porta appunto al cuore del problema di cui parlavi  e con il quale io mi confronto quotidianamente. L'interesse per le tue parole non te lo devo spiegare, quindi. Ti spiego invece quel filo di rabbia, non indirizzata a te ma al solito approccio cialtrone e superficiale con il quale si è spesso abituati ad affrontare questioni serie.

Tanto per fare chiarezza va detto che il 7 in condotta come mezzo per bocciare un allievo rompiscatole non è una novità, c'era già, non c'era più, ora c'è ancora! La modalità d'intervento assomiglia a quella adottata per gli esami di maturità, oggi esami di stato: commissioni esterne, poi miste, poi interne, oggi ancora miste. Il tutto nell'arco di un decennio. Chiunque capirebbe che all'origine di queste pseudo-riforme c'è un esplicito disinteresse per l'istituzione scolastica e precisi interessi d'altro genere. Quindi dobbiamo necessariamente rivolgere lo sguardo altrove se vogliamo entrare nel tema che sinceramente ci interessa e cercare di individuarne gli aspetti "pesanti", con intelligenza,  perché l'intelligenza deve aver peso nel nostro giudizio se vogliamo veramente capire e cambiare!

La minacciata bocciatura per 7 in condotta sta alla scuola italiana come l'impiego dell'esercito nelle città sta alla società italiana. Vale a dire: il solito pasticcio operato in perfetta cattiva fede. Ci si chiede mai che cosa viene quotidianamente trasmesso con la parola e con l'esempio ai ragazzi da parte di coloro che oggi esigono severità, disciplina e bocciature (per i figli degli altri, s'intende!)? Ci si chiede mai che cosa viene quotidianamente trasmesso con la parola e con l'esempio ai cittadini da parte di coloro che oggi esigono l'impiego dei soldati a salvaguardia della sicurezza nazionale? Il messaggio è chiaro a tutti i livelli e inneggia alla visibilità, al successo, all'arroganza e all'impunità.

Come tu sottolinei, agli allievi arroganti che purtroppo per loro hanno sposato da subito quel messaggio, non frega nulla della bocciatura (se mai saranno bocciati potendo contare spesso su genitori arroganti e ansiosi di avventurarsi in un bel ricorso). Ti dico di più: la scuola li teme e fa molto per non incorrere nella loro ira funesta.

Posto quindi come premessa che la panacea  a questo male, cioè il messaggio di cui sopra, non sono né il 7 in condotta né la chiamata alle armi, puntiamo la nostra attenzione sullo stato di salute dell'istituzione scolastica nel nostro Paese (e poi se dovremo ancora fare vittime le faremo!). Le scuole italiane sono perlopiù architettonicamente brutte, non funzionali, inadeguati alle esigenze didattiche gli spazi e gli strumenti (laboratori, palestre, ecc.). Nient'altro che aule, spesso tristi, nelle quali la "lezione frontale" non è una scelta ma una necessità. Porte chiuse. Laboratori a parte, è impensabile una lezione, un progetto didattico a più voci, in collaborazione con altri docenti. Per "motivi di sicurezza" è meglio evitare movimenti non strettamente necessari, per cui gli allievi rimangono fermi, quando ce la fanno, nella stessa aula anche per sei ore e intanto vedono sfilare i propri professori, ognuno portatore del proprio bagaglio, così diverso l'uno dall'altro che alla fine credo sia molto difficile orientarsi o stare calmi. Macchinette del caffè e delle merendine prese d'assalto in ogni momento, perché la noia e la stanchezza si combattono non solo disturbando, anche mangiando. Le mattinate sono lunghe, ma poi la scuola chiude con sollievo di tutti. Perché chi paga coloro che vorrebbero tenerla aperta per tutto il pomeriggio?

Ma potremmo allargare la nostra panoramica e parlare dei manuali in uso, della loro validità didattica. O addentrarci nella "spendibilità" (non inorridire, non è roba mia...) di montagne di conoscenze che raramente si traducono negli allievi in utili abilità. Oppure affrontare la questione della disaffezione al proprio lavoro di molti docenti che, come i propri allievi, si sentono frustrati e demotivati e infine risultano distratti e anche indisciplinati. E perché non dedicare infine un lungo capitolo all'irrinunciabile ruolo dei vari uffici scolastici provinciali, ex C.S.A., ex provveditorati? Inferni nei quali si orientano solo quelli che hanno venduto l'anima al diavolo!

Ebbene, se crediamo ancora nella scuola pubblica e nel suo ruolo educativo e formativo, è ora di smetterla con le chiacchiere da bar che vogliono gli allievi bulli o somari per colpa di uno stuolo di docenti fannulloni e incompetenti. E se ci si crede ancora occorre spendere in denaro e in risorse umane per rialzarla dalla condizione miserevole in cui si trova.

Il 7 in condotta a me non serve e non me ne servirò. A me e ai miei colleghi di buona volontà servono spazi per lavorare adeguatamente, tempi adeguati alla realizzazione dei nostri progetti,  continuità didattica, seri corsi di aggiornamento che ci permettano di confrontarci con le idee e la proposte di altri validi colleghi. Infine ci serve la fiducia dei ragazzi e anche dei loro genitori, quindi anche un ambiente che ci accrediti e riconosca  l'importanza del nostro ruolo. Io per me sono contenta  anche solo nell'osservare lo stupore e il sorriso di un allievo che finalmente scopre il modo di disfarsi dell'etichetta di bullo o di stupido o di incapace. I ragazzi sono ancora  riconoscibili, sono chiare le loro richieste, mentre è ben complicato il mondo in cui li facciamo vivere. Ci chiedono di farsi ascoltare anche quando tacciono, sono spesso fragili e impulsivi. Se prima di tutto non li si ama e non ci si riconosce nelle loro certezze e nelle loro paure, non li si potrà educare, preparare o aiutare in alcun modo. No, la bocciatura non basta! Non è mai bastata, oggi più che mai.

Con sincera stima, Chiara Rubin
 
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INVITO ALLA LETTURA
BRANI DI PIER PAOLO PASOLINI


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DA OTTOBRE 1998
 
 
 
 
 
 



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