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"Pagine
corsare"
Saggistica
"Scritti corsari" e
le stragi di Stato
Un libro-intervista di
Giovanni Pellegrino, Giovanni Fasanella
e Claudio Sestieri
Giovanni Pellegrino, avvocato
e senatore della Repubblica, ha presieduto dal 1994 la Commissione Stragi,
istituita dal Governo italiano per far luce, o forse più semplicemente
dare un senso, ai più oscuri ed efferati episodi della recente storia
d'Italia, a partire da quel nefasto 12 dicembre 1969, data in cui una bomba
esplodendo all'interno della Banca dell'Agricoltura, in piazza Fontana,
a Milano, uccise 16 persone innocenti. Il senatore Pellegrino, in un libro
intervista, scritto con due giornalisti, Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri
(Segreto di Stato, La verità da Gladio al caso Moro, Gli
struzzi, Torino, Einaudi, 2000) riordina le carte e traccia una bozza della
relazione finale, sfiorando anche il «caso» dello scrittore
di Casarsa..
D. Oggi, alla luce delle
successive inchieste della magistratura e dei nuovi documenti acquisiti
dalla Commissione, si può dire che, almeno per quanto riguarda piazza
Fontana, tutti i tasselli del disegno sono più o meno al loro posto?
Direi di sì, ma non
solo per piazza Fontana. Tutto il periodo tra il 1969 e il 1974, sul piano
di una ragionevole ricostruzione storica, è ormai pienamente conosciuto.
Tant'è vero che oggi siamo in grado addirittura di distinguere tra
le varie fasi della strategia della tensione: tra piazza Fontana e il tentativo
di golpe Borghese del 1970, da una parte, e le stragi successive (Peteano,
la Questura di Milano, Brescia e l'Italicus), dall'altra. In uno dei suoi
Scritti corsari, pubblicato sul «Corriere della Sera»
il 14 novembre 1974, pochi mesi dopo la strage dell'Italicus, Pier Paolo
Pasolini affermò di sapere (pur non avendo prove e neppure indizi)
che se le stragi del 1969 erano state anticomuniste, quelle del 1974 erano
antifasciste. Dal momento che mi pare molto probabile che anche la strage
di Brescia sia stata compiuta nel maggio del 1974 da uomini della destra
radicale, continuavo a domandarmi che cosa volesse dire Pasolini nel sottolineare
la logica antifascista...
D. Oggi ha trovato, finalmente,
questa risposta?
Sì, oggi sono in
grado di dare una risposta. Innanzitutto cerchiamo di identificare i diversi
obiettivi che avevano i vari protagonisti di quella strategia. L'obiettivo
della manovalanza neofascista era quello di provocare allarme, paura, disagio
sociale; e quindi di fare in modo che, al dilagare della protesta studentesca
e operaia, si reagisse con una risposta d'ordine. Quindi le loro azioni
erano funzionali al progetto di un vero e proprio colpo di Stato. A un
secondo livello, diciamo degli «istigatori», probabilmente
si pensava, invece, di affidare alla tensione lo stesso ruolo che aveva
avuto il «tintinnare delle sciabole» del 1964: favorire, cioè,
uno spostamento in senso conservatore dell'asse politico del Paese. [...]
Al terzo livello, quello internazionale, c'erano interessi geopolitici
volti a tenere comunque l'Italia in una situazione di tensione, di disordine
e di instabilità. Il tentativo in direzione del colpo di Stato o
dell'intentona, durò abbastanza poco, sostanzialmente dagli attentati
del 1969 al fallito golpe Borghese. A livello politico, sia interno sia,
soprattutto, internazionale si capì che l'Italia non era la Grecia,
che da noi non era importabile il regime dei colonnelli, perché
sarebbe scoppiata la guerra civile: un prezzo troppo alto da pagare. Dunque,
da quel momento ha inizio una nuova fase, sia pure ovviamente non lineare:
quella dello sganciamento dalla manovalanza neofascista. Lentamente, gli
uomini della destra radicale sono richiamati all'ordine, si comincia a
instillare loro l'idea che un piano golpista non può essere attuato
fino in fondo, che è necessario fare un passo indietro. E loro reagiscono.
Con una serie di attentati in qualche modo di ritorsione che segneranno
la loro fine: li lasceranno fare, probabilmente proprio per poterli liquidare.
D. Era questa dunque l'intuizione
di Pasolini?
Sì, secondo me era
questa.
D. Era il 1974, come poteva
sapere?
Chissà, forse nel
mondo degli emarginati romani, che Pasolini frequentava, un monte a volte
ai confini con la destra eversiva, qualcuno poteva aver parlato. Di sicuro,
fu assassinato esattamente un anno dopo aver scritto quelle parole, il
2 novembre 1975, tre giorni prima che iniziasse il processo per il golpe
Borghese...
D. Nonostante l'autore
materiale dell'omicidio sia stato arrestato e condannato, su quel caso
non si è mai riusciti a fare piena luce. Lei oggi è convinto
che uno dei possibili moventi di quell'assassinio possa essere proprio
quello che Pasolini sapeva e aveva scritto?
Una cosa è certa:
Pasolini era arrivato quasi in tempo reale laddove la Commissione, oggi,
è giunta dopo anni e anni di ricerche.
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