La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

Sviluppo e progresso di Pier Paolo Pasolini
di Andrea Carnevali

Gli articoli ed i documenti di Pier Paolo Pasolini, raccolti in Scritti corsari, sono testi -  che rivelano ancora una volta l’attenzione del grande scrittore per il suo paese, testi nei quali si indica e si ragiona su questioni e contraddizioni che nessuno allora vedeva, e si tracciavano anche linee di tendenza vicine a quelle della Scuola di Francoforte. È il Pasolini analista della degradazione antropologica e dell’apocalisse ventura. In questo senso i documenti, si situano su una linea di ricerca positiva, nonostante sia forte lo spirito polemico per l’apparente progresso ottenuto  dai giovani del ’68. L'Italia - alla metà degli anni Sessanta - usciva da tutte queste trasformazioni, senza però un vero cambiamento.

L’intervista (a cura di Massimo Fini) a  di Pier Paolo Pasolini - “Europeo” del 26 dicembre 1974 - riscalda l’aria di pretese di libertà e di indipendenza dall’intolleranza che si era venuta a creare dal dopo rivoluzione del ’68 (e dall’antirivoluzione). Gli Scritti corsari  rifiutano la libertà raggiunta, per ritornare a discutere sull’omologazione dei comportamenti che  aveva prodotto una forte ondata di violenza rivoluzionaria. Che - in questo Pasolini - si traduce in opposizione al pensiero dominante marxista per riaffermare il nuovo progresso sociale.

È una Italia chiusa e servile quella di Pasolini che stenta a riconoscere, dandone prova  
dell’omologazione culturale e dello spirito conformista che si è diffuso nel paese.

Facile pensare - in conseguenza ai grandi promiscui agglomerati delle città ed alla circolazione di beni nel mercato culturale - in che modo il rinnovamento abbia stimolato nuove forme di pensiero intellettuale. Un paese che ha cercato tra l’altro di aprirsi verso i mercati internazionali, riportando scarse risposte. L’Italia, tuttavia, è rimastra nel suo ristagno. L’arte ha migliorato 
l’aspetto estetico delle città - almeno nel periodo fascista - mentre la società più produttiva del paese non è stata toccata.

Ma se si volesse, poi, negare tutto questo e la linea interpretativa degli Scritti corsari, allora  rimane da decidere cosa fare del termine “vagabondaggio”. È una Italia che si ritrova sempre più povera. È la povera Italia tra le tante Italie. Del resto la secolarizzazione delle masse si era interrotta, ma non aveva portato al rinnovamento dello Stato che Pasolini intravede come nuova vitalità per le Istituzioni tradizionali (Chiesa, famiglia, scuola, ecc.).

Per Pier Pasolini dà una visione per lo più organizzata di Lorenzo Milani. L’emergenza sociale ed educativa - che Don Milani fa di Barbiana - assume aspetti unici. Però ne legge - quasi esclusivamente - il rifiuto della Chiesa, proprio per la sua lontananza dalla struttura sociale tradizionale. In più si intravede in questo un sodalizio tra gli ideali del socialismo marxista  delle piazze italiane condivisi dai manifestanti nelle piazze italiane del ‘68, cioè di giustizia e di uguaglianza con quelli dei poveri. Pasolini vede in Barbiana la luce di “una necessità morale di organizzazione” di Lorenzo Milani. Tanto che, oltre a parlare  della forte affettività che il prete  aveva per i ragazzi (e un po’ per incapacità dello Stato), negli Scritti corsari si trova l’aggancio per ribaltare la situazione e vederne la natura imitativa del comportamento educativo. C’è una sorta di specularità - secondo Pasolini - per cui i ragazzi, nella loro rivolta, potrebbero guardare ed imitare il sacerdote. Un miraggio, quello di Milani, lontano, ma che sarebbe entrato nella nostra società per la forza di rottura degli schemi convenzionali della sua scuola. Insomma, la critica è  rivolta alla probabile disaffezione, che nei ragazzi di Barbiana avrebbe potuto portare al loro totale allontamento dalle Istituzione. 

Pasolini, tuttavia, lucido e spietato affronta ne “Lettera alla mamma” (o meglio ”Lettere di un prete cattolico alla madre ebrea) - “Tempo”, 8 luglio 1973 - la sua ricostruzione “che ha stabilito “nessi; ho fatto supposizioni e ho tentato interpretazioni, esattamente come si fa con un’opera di immaginazione, nei suoi rapporti con la realtà biografica e la cultura”.  Polemicamente e antagonisticamente va contro ogni potere; definisce in sé la storia di inermi ed emarginati.

Perciò è polemico con Lorenzo Milani e le osservazioni di Pasolini ricadono sul sistema scelto. Vero è che Pier Paolo Pasolini specifica l’immobilità che si trova nella debolezza del rinnovamento cultuale ed educativo e non lascia da parte l’aggressione del neocapitalismo alla società (giovani, donne, lingua, società cultura ecc.) che entrano a fare parte del suo discorso. 
È un canapo difficile da sciogliere e lega molti testi tra loro. In ogni caso è necessario per Pier Paolo Pasolini salvare i ragazzi dalla storia soprattutto dai finti modelli del dopo rivoluzione che hanno spazzato via il passato (il mondo contadino, la vita domestica  che accomuna vecchi, donne e bambini nei sentimenti). Per il giovane scrittore, questo significò ritrovarsi schierato con il movimento operaio e comunista. L’alienazione esistenziale del proprio corpo poteva naturalmente essere riscattata dalla ragione marxista. Ma la sua presa di posizione, contro il potere, non si ferma. Si allarga anche al processo del partito della Dc per come aveva distorto il paese, omologando e facendogli perdere i tratti originari delle culture, lo slancio, la capacità di lavorare, di inventare, di creare e di innovare.

I testi (documenti e degli articoli, appartenenti agli Scritti corsari) fanno parlare di cambiamento di idee che sono estranee alle cose che gli stanno intorno. Dà ciò viene fuori tutto il profondo radicalismo di Pasolini. La critica è diretta al sistema organizzato che ha portato i ragazzi 
all’uso di droga ed al loro tentativo di liberarsene. È una parabola orfica. Una linea di pensiero comune ad altri poeti degli anni Novanta.

La diversità vissuta in chiave mitologica si mette a confronto con gli altri. In qualche modo la diversità è una forma di Mito e anti-mito che attraversa l’Italia tra le mode. La figura del disadattato, infatti,  ha perso il suo ruolo, perché la povertà è entrata nelle culture del tempo. 
L’emigrazione ha rotto i margini con tutto il resto. La voce di Pasolini grida al nuovo tipo disadattato che non ha più modelli cui attenersi. Del resto lo sviluppo e il progresso che enormemente si sono cercati si configurano come transnazionali. Porta a pensare, tutto ciò, alle speranze ed alla liberte democratiche del nuovo Stato. Anche in una prospettica ideologica. È una forma dialettica tra piano e forte che vuole progredire all’intero della società, che invece rimane ferma. “Ma si tratta come minimo di un problema da porsi chiaramente: cioè senza confondere mai, neanche per un solo istante, l’idea di “progresso” con la realtà di questo “sviluppo”. Per quel che riguarda la base delle Sinistre (diciamo pure la base elettorale, per parlare nell’ordine dei milioni di cittadini), la situazione è questa: un lavoratore vive nella coscienza l’ideologia marxista, e di conseguenza, tra gli altri suoi valori, vive nella coscienza 
l’ideale di “progresso”; mentre, contemporaneamente, egli vive, nell’esistenza l’ideologia consumistica, e di conseguenza, a fornitori, i valori dello “sviluppo”. Il lavoratore è dunque dissociato. Ma non è il solo ad esserlo” (scritto inedito).

La richiesta di accettazione ideologica e politica che Pier Paolo rivolge allo Stato è a sostegno della pluralità e della diversità dell’esistenza. È un fattore che non può fare a meno di riaffermare. I grandi movimenti sociali non hanno purtroppo liberato dalla paura del terrorismo dei “diversi” e delle loro scelte. Tuttavia l’adulazione “ai giovani da una parte, e la soggezione prodotta dal loro atteggiamento terroristico, ha impedito agli intellettuali di pronunciarsi con sincerità e con la necessaria libertà critica” (Andrea Valcarenghi: “Underground: a pugno chiuso”  “Tempo”, 4 novembre 1973). Soprattutto ha saputo indagare i mali della nostra società. Ma è stato anche in grado di mettere a fuoco quali erano le ansie della nostra società. Pasolini con il suo lavoro di critico e regista è stato in grado di essere maestro. Lo vediamo anche  dalla sua posizione politica nel giudizio sulla società e per come si è indirizzata nei problemi del paese. Ma la sua è anche una ricerca che entra - col cinema nell’Italia - dei comportamenti (soprattutto dall’esperienze del Neorealismo in poi). Antropologia e ontologia sono continuamente riaffermate da cinema e indagine giornalistica. È si vede dal tipo di approccio verso la società e come voglia entrarci per mostrare i meccanismi del potere italiano dal suo interno. 
 
 

.






 

Sviluppo e progresso di Pier Paolo Pasolini, di Andrea Carnevali

Vai alla pagina principale