La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

Il teatro è di sinistra? Arte, politica e ideologia
Un libro controcorrente, un po' trattato filosofico un po' pamphlet per denunciare
"l'egemonia della Sinistra nelle arti". Le riflessioni "aristoteliche" di Franco Ricordi
sul teatro politico, contro Brecht e per Pasolini. 
di Stefano Casi

"Il Suggeritore n. 78, giugno 2008 - Teatri di vita
Bertolt BrechtPier Paolo Pasolini

Diciamo subito che Le mani sulla cultura (Gremese; pp. 190; euro 14) di Franco Ricordi è un libro stimolante e importante, il cui titolo banalmente pamphlettistico non rende giustizia dei veri contenuti, acuti e spesso condivisibili. Ma prima di procedere, devo rilevare con personale soddisfazione la centralità di Pasolini in una dissertazione sul teatro in quanto teatro, anzi come esempio massimo di teatro al pari di Shakespeare, Schiller e pochi altri: definizioni che il sottoscritto ha coniato quesi vent'anni fa come "tragedie borghesi" per definire il suo teatro sono finalmente assimilate in un discorso non su Pasolini ma sul senso stesso del teatro. Ricordi pone infatti il teatro di Pasolini al centro del proprio discorso, e la cosa davvero nuova è che le tragedie borghesi di Pasolini stiano in questo discorso proprio per la loro teatralità e non per la loro "pasolinità".

Il senso del discorso di Ricordi, attore, regista e saggista di estrazione filosofica (nonché per breve periodo direttore di uno stabile pubblico), è contenuto nel titolo: il teatro, così come ampie fasce della produzione culturale, è stato per un secolo forzato dall'ideologia marxista per trasformarsi in strumento di propaganda; e quindi, se si vuole restituire al teatro la sua originaria identità politica costitutiva (legata, cioè alla libertà e non alla faziosità) occorre rifondare un'attitudine artistica scevra da ogni schieramento. La questione parte dall'oggettiva presenza nel '900 di un teatro "schierato" con una parte politica contro un'altra, che Ricordi propone di non chiamare più "politico": se il teatro è sempre, ontologicamente, aristotelicamente, "politico" in quanto si relaziona con la società, continuare a definire "politico" un teatro partigiano mistifica di fatto i termini dell'intera questione, e quindi è meglio chiamarlo "teatro ideologico".

Ma questo ragionamento condivisibile cela un po' di confusione fra diversi piani del discorso. Infatti, l'autore intreccia - in modo un po' azzardato - diverse prospettive che non potrebbero essere mischiate. Il primo piano è quello storico: da questo punto di vista il discorso regge, anche se fino a un certo punto. Cioè: è vero che ci sia stato un tentativo di egemonizzazione e che gran parte delle punte d'eccellenza del teatro facessero riferimento alla sinistra. Ma prima di tutto Ricordi dovrebbe distinguere tra la strategia egemonizzatrice e le personali e sincere convinzioni degli artisti, a meno che non creda davvero che tutti i teatranti di sinistra siano alla stregua di spie del Kgb. 

E poi ci sono questioni storiche: dal '45 l'Italia è stata di fatto una democrazia bloccata, in cui il Pci ha colmato sul fronte culturale un deficit di potere politico. E d'altra parte è vero ciò che nota Ricordi: se la sinistra in Italia è sempre stata minoranza, come è stato possibile che fosse maggioranza nella cultura? Evidentemente, ciò faceva gioco a quella maggioranza democristiana-centrista che in realtà il potere politico esercitava, e ovviamente tutto questo non è altro che la riprova della profonda incultura degli italiani, visto che la cultura quasi tutta di sinistra non è mai riuscita in sessant'anni a condizionare una sola volta il voto degli italiani! E dunque, di quale egemonia stiamo parlando?

Parliamo piuttosto di una cultura minoritaria, spesso becera in quanto ideologica, e talvolta geniale nonostante fosse ideologica (come riconosce lo stesso Ricordi a qualcuno dei suoi esponenti, da Brecht a Dario Fo). Il fatto è che non si può identificare le punte d'eccellenza della cultura con la cultura tout court. Ricordi ripete spesso che il 90% degli artisti è di sinistra, ma non dice dove prende questo dato; e non lo può dire perché il dato riguarda (forse) la sola intellighenzia, non l'interezza dei produttori di cultura. Ricordi ha ragione: tutto il teatro è di per sé politico: e allora, perché considera soltanto quello dei grossi nomi e non si accorge della quantità di altre esperienze artistiche di livello meno rilevante? La questione non è da poco, perché a teatro si possono vedere tante cose, e non è detto che le più popolari siano quelle più "di sinistra".

È poi il concetto di "sinistra" che insinua qualche dubbio a proposito del discorso di Ricordi. Perché ha usato questo termine e non quello, ben più adatto, di marxismo, per esempio? In realtà qui vien fuori l'altro piano, quello pamphlettistico che, pur contenendo qualche intuizione utile, inficia quello più storico: perché a un certo punto non si capisce più se Ricordi stia facendo un'analisi del teatro così come si è sviluppato nella storia recente oppure se stia offrendo un coté teatrale ai nuovi intellettuali della nuova destra in funzione para-berlusconiana.

In realtà l'autore si guarda bene dal contrapporre un teatro della destra al grossolano errore ideologico di tanto teatro "schierato" anche ottusamente a sinistra (rileggere oggi certe affermazioni di Massimo Castri riportate da Ricordi: sono effettivamente sconcertanti). Ma il punto è terminologico: parlare di destra vs sinistra è non solo ideologico di per sé (perché oggi in Italia non esistono né una sinistra, spazzata via dalla storia prima che dal voto del 2008, visto che gli stessi partiti sedicenti "comunisti" sembrano ben lontani dall'idea "comunista", né una destra, sostituita da un populismo che ondeggia tra liberismo, protezionismo, campanilismo e altre derive), ma riporta tutta la questione a una mera opposizione elettoralistica strapaesana. 

Più che mettere tutto sotto il cappello di una generica "Sinistra" che suona tanto come asse Veltroni-Bertinotti, sarebbe stato più utile al suo stesso ragionamento che Ricordi avesse individuato la molteplicità di riferimenti del teatro ideologico che lui denuncia. Perché magari ci sarà stato anche qualche intellettuale o artista organico a uno schieramento o a un partito, ma intuisco che molti rappresentanti di quest'arte ideologica abbiano in realtà espresso tensioni politiche ben più articolate e complesse della semplice indicazione di voto o della semplice appartenenza a un'ala o a un'altra del Parlamento. D'altra parte, l'esiguità dei nomi ricordati dall'autore non aiuta a capire il fenomeno, né su un piano quantitativo (il famoso 90%) né su quello qualitativo: Ricordi parla solo, in sostanza, di Brecht, Fo e Castri, con rari accenni a Pinter e pochi altri. Tutto qui?

In realtà la questione è decisamente più complessa, dicevo, e probabilmente andrebbe affrontata non solo su un piano di produzione culturale ma anche e soprattutto di organizzazione: dove troviamo sì il peso influente del vecchio Pci e poi della Sinistra, ma dove troviamo in maniera altrettanto influente il peso cattolico e il peso del mercato più consumista. Perché poi il discorso va arricchito inevitabilmente anche da questo: forse che una commediola leggera leggera non veicola uno "schieramento", eventualmente traducibile anche elettoralmente? 

Ricordi spiega che il vero grande teatro (ontologicamente "politico"), da Eschilo a Shakespeare, da Schiller a Pasolini, è "super partes": non sono d'accordo. È vero che generalmente il drammaturgo esprime un conflitto mostrando le ragioni di entrambi, ma è anche vero che non necessariamente schierarsi significa stare dalla parte di un personaggio. Ricordi fa l'esempio del celebre Nathan, il saggio in cui Lessing pone le diverse religioni in un confronto alla pari da cui esce vincitrice la tolleranza, e per questo rappresenterebbe l'opposto di un teatro che si schiera: potremmo però dire che Lessing invece si schiera apertamente contro l'intolleranza, cercando di influenzare e convincere i suoi spettatori a parteggiare per la tolleranza: e dunque?

Ma poi, quale problema può rappresentare il teatro ideologico se esso ha saputo fornire sguardi nuovi e stimolanti sul mondo a cui si è rivolto? Un teatro che ha deciso di parteggiare apertamente per uno schieramento politico come mai prima era successo (ma, del resto, il XX secolo è il primo in cui le ideologie e i partiti hanno rappresentato veri strumenti di visione politica olistica per le masse: quindi, perché stupirsi se prima il teatro non considerava le ideologie e i partiti?) ha saputo generare straordinari esempi drammaturgici, come riconosce lo stesso Ricordi, ma soprattutto ha coniugato - a modo suo e in maniera perfettamente legittima - il senso della politicità del teatro. Perché fermarsi alla Poetica di Aristotele se la filosofia va avanti? Perché pensare che il teatro non possa - anzi non debba - esplorare anche territori più pericolosi ma ugualmente fervidi, e soprattutto in reale sintonia con le condizioni culturali, sociali e antropologiche di un'epoca? 

Semmai il problema sta nell'aver mistificato le coordinate facendo credere che la vera cultura fosse solo di sinistra (così come, spiega Ricordi, aver fatto credere che la Resistenza fosse solo comunista), ma questo non si può imputare ai teatranti, bensì a chi ha alterato le condizioni: di sinistra, ma anche di centro e di destra.

In conclusione: un libro da leggere, su cui confrontarsi, necessario per superare tanta, troppa ideologia, senza trasformarlo a sua volta in parola definitiva sull'argomento. 

 

.


INVITO ALLA LETTURA:
BRANI DI PIER PAOLO PASOLINI


TUTTI GLI AGGIORNAMENTI
A "PAGINE CORSARE" 
DA OTTOBRE 1998










 


Il teatro è di sinistra? Arte, politica e ideologia, di Stefano Casi

Vai alla pagina principale