La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

Trittico per Pasolini
di Mariella Bettarini
Con un'intervista (1985) di Giorgio Di Costanzo a Mariella Bettarini

Pier Paolo Pasolini, AutoritrattoHo sempre sentito strettissimamente connessa la mia ricerca etico-estetica con il rovello, la ricerca, l’esperienza etico-culturale di altre persone (prima che poeti/scrittori), in una comunitaria, non competitiva passione insieme letteraria e sociale. 

Oggi continuo a lavorare molto, ad amare la parola: scritta, letta, orale, creativa, saggistica, epistolare. La parola/segno. La parola/bi-sogno. La parola/intenzione di dialogo, affinità, amore. 

Così come amo da sempre l’archeologia, l’arte, la botanica, l’astronomia, la fotografia, il cinema e la matrice poliedrica di tutto questo: la misteriosa/”naturale” natura: dall’infinitamente grande e lontano, interstellare, invisibile, all’infinitamente piccolo e prossimo (anch’esso talora invisibile). Parola che si fa carne. Carne (minerale, vegetale, animale) che si fa parola. Misteriosamente. A specchio (Mariella Bettarini).

* * *

Mariella Bettarini
Trittico per Pasolini
(1975)

in "ALMANACCO DELLO SPECCHIO" n.8
(Mondadori, Milano, 1979)

I

(…)
la terza ruga è quella del «ciao». Sul monticciolo l’ho lasciato che riprendeva la via di Roma. Batteva frenetico Cecil Taylor il pianoforte avevo levato la coccarda. Gli passai un fascicolo di versi (pensai che potevo). Non avevo più dato così niente a nessuno da anni (stavo invece ricevendo avendo saluti versi). M’era venuto pudore di quel gesto però ti passai i fogli. Tutto il festival - a ripensarci - è già nel mito; l’Italia quotidiana è un’altra cosa: squallida malata senza ciabatte più - donna grassa per l’anemia mamma matrigna scarpa di vergogna.

                                          Eri uno dei nostri
tiepidi padri vestito da ragazzo? A ripensarti direi di sì. Sono rimasti qua zii astenici - limoni acidi - e servitori della menzogna: le comparse che beffeggiavi - parenti borghesi (asfittici) - teste coronate - i digiuni d’idee. Hai  fatto il vuoto intorno. Ora hai un corpo da più di mille chilometri - che si ghiaccia.

                            Di te tutto il bene
tutto il male (molto onore se hai
nemici: aspetto oscuro dell’onore
dell’amicizia. Molto onore se hai
molti amici invece). Onore-amore non
mancano. Trovato il corpo, lo si ricopre
di gloria e parole anche per la (malcelata) gioia
di esserci levati di torno un chiacchieratore
                                                              gelosi
della tua bocca - dell’occhio-pirata
scarnificante.

                    Una Italia ha tirato
un sospiro grosso
                          l’altra
ha respirato piano ti ha guardato
e si è messa a piangere
                                   quella
dei discoli dei caldarrostai
dei mescitori di vino degli emigranti
dei paria dei mancati papà per motivi
di calore.

             Vivo
che muore perché è vivo.

*

              Majorana sparito Fermi
  volato via sparatosi Pavese trucidato
  Pier Paolo: scema l’Italia
  di tacchi a spillo di aspettazioni
  di concessioni di falsi boom (vennero dopo
  i veri)
          scema l’Italia
  di mia nonna Debora aperta nel futuro
  stranamente parente a lui per la faccia
  di proletaria cattolica proveniente
  dal buon humus terrestre di Galceti (circondario
  di Prato).

                Avrei dato volentieri
  diec’anni di questa vita
  («non dire baggianate. Diec’anni!»).
  Ma che anni - cento o dieci - ci guardano
  in faccia...
  (…)

*

ma poi che dirò di te sparito a milioni di volts
all’ora
         che dirò
di un elenco d’oggetti di circostanza
assegni giubbotto anello ematoma fisico gomma
gli ha schiacciato il capo - perché
l’ha ammazzato? furto d’auto G.P. minore
cranio sfondato tavole di legno su testa
lungamente pensante ingrigita
nella rena dell’arenile - colluttazione ore
ventiquattro molto orrore ragazzi di borgata
lo scrittore fa lo scrittore - il bambino
fa il bambino - l’imbianchino fa l’imbianchino

... sì  che  ne  restano  fissati  i  giorni
passati e neri e tutti i presenti come stampati
a caldo o sottopressa di quel sei di settembre
a gol’aperta e ostinazione (arena Telefestival
già gremita: dibattito sui giovani e gioventù
a capannelli a crocchi) l’accostarmi il «ciao»
il perderlo il puntarlo ancora il «ciao» di nuovo
la confessione del dialetto
come di una dialisi per il rene malato (cure
mai ricevute)

                   un ghiaccio per i canali per i vasi
del futuro assassino non dietro te per i viali
del festival ma acquattato dentro le canne
giovane - l’altro - non da capannello o crocchio
ma da lunga sequenza nel bar e capace di tali
orrori da impietosire i benpensanti.

*

quei fumosi giorni in cui
tutto brucia e sopra tutto brucia
la riga delle foglie per terra
da per tutto il filo rosso la faccia
triste di Pier Paolo che dice  «salvami!»
a me impotente affannata e spenta piena
di pensieri sulle sorti del comunismo
e sul consumismo che spenge anche lui
ora dantesco pallido

                              sui rami
ci sono i diosperi - penso di dirgli - e il bruciato
mi rode in gola.

                       Risponde
che non li vede - guarda un altro genere
di stagione con altri diosperi e specialmente
senza bandiere con nuvole alberi senza rami
vallette buie e un uomo
                                  che insegna lo swaili
 

II
libro da libreria
o uomo vivo
                 carta
o carne - occhio marrone
o gorghi d’inchiostro
- da quale parte
te ne sei andato?

                         non è possibile
saperlo se qua restano
cestole
           che non parlano
o - se parlano - parlano
solo come stracchi pappagalli
e scimmie di te - nastri
copie - ripetizioni - ormai
solo oggetti - carte
dans la mer(de) de la mode
 

III
ossigeno in cuore
e mano manca.
                       il mese
delle pesche ricerca
il mese duro il mese
piccino.
           e ancora
risalgo a te ma da una parte
altra del mondo
                       questa volta
dal triangolo di un Sud
afoso
        da un triangolo australe
ma meno nero dell’Africa
da un triangolo americano
e - in questo caso - da un Brasile
magro e dolce.

                     chi sa perché
parlo a te
              ti  penso
ti faccio domande
                          ti porto
nell’ossigeno
di questo muscolo.
                           (eri la mia parte
calma? la parte
dimenticata?)
(…)

                    eri l’Africa il Brasile
le musiche vecchie
del soul (già vecchie!)
senza niente estetismo
                                  niente
esotismo ma duredure
come a me piace da rossa
e vergine comunista che fino a ier l’altro
parlava di patimenti.

                             chi sa perché
parlo a te ora
                    ti penso
                                ti prendo
da sotto quella terra
del rimorso e della vergogna
che è il Friuli
                   dopo il sei di maggio
(sei un Terzo Mondo sepolto?
un terzo sesso
                      vivo
un «terzo» da poker
un terzino da partite
scassate? Il Brasile è il paese
del calcio).
                mi pare di capire
così poco i perché ho messo la tua
faccia davanti
                    e ti guardo
spesso e tengo i tuoi libri

dalla parte destra
del letto
            dove dormo
sotto i miliardi di fuochi
e dentro la visione di un paese diverso
che non sta a me sola fare
ma che sta anche a me.

                                    è un'estate
dolce - inutile fare - dolce.
quando penso che a Roma
non ci stai più
                     non sto affatto
bene
        eppure non pensavo a te
quasi mai
               mai anzi
pensavo a te
                   al tuo triste capo
che andava invecchiando
in cerca d'Africa.
                        l'abbiamo qua
la nostra Africa
                       vedi
e il Terzo Mondo
non è lontano
                    e il così detto sottosviluppo
è un Sud di fame
                         e la CIA è la CIA
dappertutto
                 e il Po
è il Nilo e il Gange
                           il Friuli
è la terra affamata
dell'Amazzonia.
                       l'alternativa
l'abbiamo qua:
                     l'Africa
non serve - defunto Rimbaud
italiano con smanie
e rughe.

            beh - si dirà che sono
tornato adolescente e che do
i numeri a parlare con un morto.
                                              ma se imparassimo
ad amare i nostri poeti 
e se soprattutto l'America
non americanizzasse la nostra
gioventù (ormai quasi tutta

 sfatta) e non tagliasse sul nascere
 certi ardori e tutte quelle
 speranze che ho visto gridare
 in tanti anni da tante
 bocche su tante piazze
                                   forse il comunismo
 sarebbe arrivato
 e tu saresti qui a predicare e a rompere
 le scatole come altri
 e non avrei la tua foto
                                davanti
 non penserei a te affatto
                                    (non perché sei
 un poeta ma perché sei un poeta comunista.
 e il binomio qui è quasi
 impensabile) e non mi troverei
 a parlare con un morto
                                  in mancanza
di vivi perché - volere o no -
questo tipo di vita ci ha spenti
un po’ tutti e chi oggi regge
sono poche (o molte) fasce
di gente - alcune classi sociali
che se non le guardi non le vedi:
l’operaio la casalinga il malato
il vecchio il bambino l’analfabeta
il «deviato» sessuale l’emigrato
la commessa di magazzino l’uomo
che annoda tubi del gas
per terra.
             il resto
 è silenzio (e accomodamenti)
                                            ucciso Rimbaud

 italiano e questo
 è il tempo degli assassini
 e anche noi siamo gli assassini
                                               pur essendo
 noi stessi vittime.

 ora chiudo
                 perché sono
 stanca e perché
 queste righe mi paiono
                                  in fine
 senza costrutto
                        ché non sta a me
sola costruire niente
                              semmai
ri-costruire incerta
quei gridi da quelle
piazze
           quelle speranze
                                  e il rosso
di pochi papaveri

* * *

giugno 1985
Giorgio Di Costanzo
intervista
Mariella Bettarini

...
GDC. A proposito di una mappa (non mappina) antologia di Berardinelli e Cordelli... vorrei chiederti se esiste e qual è il pubblico della poesia?

MB. Il pubblico della poesia sono, per antonomasia, gli stessi poeti. Ma riecco la domanda cruciale: chi sono i poeti? Tutti coloro che scrivono versi e solo i pochi (eletti ... ma eletti da chi?) che scrivono bei versi? E chi decide quali sono i bei versi?. Come vedi, la questione rimanda ad una serie di altre spinose questioni di difficilissima soluzione e di arduo conio. Direi però che, data la gran massa di persone che oggi scrive versi (e il fenomeno deve essere analizzato, semmai, con i mezzi e le categorie della sociologia, non con quelli della critica letteraria), è dunque vero che il suo pubblico è costituito, per la quasi totalità, da gente che scrive anch'essa. In una circolarità di esperienze (ma anche di proiezione, di identificazione, di narcisismi, di invidie, da girarsi all'attenzione degli psicanalisti, semmai. Dunque, sociologia e psicanalisi che fa del pubblico presente alle letture di poesia, poeti potenziali, lettori comunque privilegiati, molto spesso piuttosto esperti (come è giusto), pubblico sui generis, insomma.

GDC. Continuando e riallacciandomi alla domanda precedente: le serate del Beat 72 nel 1977 a Roma, e poi il festival di Castelporziano e letture, performances, presentazioni, eventi... Il poeta come attore, o meglio, saltimbanco, clown. Ma tutto ciò serve? Non ti sembra che sia già tutto vecchio e scontato, se pensi che i futuristi facevano queste piazzate già oltre cinquanta anni fa?

MB. Sì, è vero. I futuristi e ancora prima i dadaisti, ecc. Ma anche i surrealisti e così via. Niente di nuovo sotto il sole... daccordo. Ma non credo si debba neppure aver troppa paura di dissacrare il cosiddetto poeta. Tutto sommato, non credo che poi questo baccano, questi festival nuocciano. Coloro che fanno e amano da sempre e per sempre la poesia non possono certo temere di vederla sparire nelle fauci delle masse in piazza.

GDC. Come vivi il tuo essere donna, insegnante, poeta contro. La poesia ha un sesso? E gli esperimenti in versi dei malati mentali, degli omosessuali, i bancari, i carabinieri...? Cosa ne è stato del boom della poesia? Ammetterai che era un bluff montato dai mass media?

MB. Dal boom al bluff sai cosa intercorre? Tutta la cattiva volontà di chi detiene il potere: editoriale, redazionale, premiaiolo, antologizzante... Il boom è stato creato dai soliti capi, che poi hanno cominciato a far circolare (sì, essi stessi) la voce del bluff. Resta la poesia. E restano, anche, contro ogni speranza, le esperienze in versi dei cosiddetti diversi, intellettuali contro, come dici, di noi donne, di noi, diciamolo senza vergogna, poeti. Nonostante la stanchezza, non ci arrendiamo. La guerra è lunga e faticosa.

GDC. Cosa resta della neoavanguardia e del Gruppo 63? Quali gli autori che ti hanno maggiormente coinvolta? Voglio essere provocatorio: pensi che ci possa essere una poesia che non sia di ricerca, sperimentale e d'avanguardia?

MB. Credo che del Gruppo 63 resti moltissimo e insieme molto poco. È stata un'esperienza fondamentale per la poesia italiana. Ma, all'iniziale grandiosa dirompente carica eversiva (di tipo linguistico, ma anche poetico direi) si è diluita moltissimo. Nonostante tutto credo che certi versi (e volumi) di Sanguineti, Pagliarani, Barilli, Eco siano ormai storici. E facciano parte anche della mia storia. L'altra domanda non mi pare provocatoria affatto. Anzi, la domanda mi fa piacere. La poesia è ricerca, sempre e comunque, quando è (tautologicamente) poesia.

GDC. Come e perchè è nata la rivista "Salvo Imprevisti"?

MB. La necessità di un'esperienza di cultura più vasta della scrittura, la necessità di sperimentare in prima persona. Si rimanda il lettore di questa intervista al n. 29-30 di "Salvo Imprevisti", per farsi un'idea del nostro lavoro.
...

* * *

Mariella Bettarini, poetessa fiorentina, nel 1973 ha fondato il quadrimestrale di poesia autogestito e autofinanziato "Salvo imprevisti", sottotitolato quadrimestrale di poesia e altro materiale di lotta; in seguito, dal numero 19/20, gennaio-agosto 1980, semplicemente quadrimestrale di poesia. "Salvo imprevisti" ha spesso pubblicato numeri monografici dedicati a temi che collegano cultura, poesia e problemi sociali. Nel 1993 "Salvo imprevisti" ha continuato le pubblicazioni col nuovo nome "L’area di Broca", semestrale di letteratura e conoscenza (Francesco Marotta)

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Mariella Bettarini in "Pagine corsare"
Pasolini tra la Cultura e le culture

Un dibattito condotto da Mariella Bettarini su Scritti corsari (1975)
del collettivo redazione di "Salvo imprevisti"
Ampio stralcio di un dibattito su Scritti corsari tenuto nel 1976 dal collettivo redazionale di "Salvo imprevisti", un "quadrimestrale di poesia e altro materiale di lotta", autogestito, autofinanziato, fondato da Mariella Bettarini, attivo dal 1973 a Firenze.


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Trittico per Pasolini, di Mariella Bettarini
Con un'intervista (1985) di Giorgio Di Costanzo a Mariella Bettarini

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