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"Pagine corsare"
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Un ricordo di Pasolini
rileggendo “Uccellacci e Uccellini”
di Silvia Mergiotti
"Il democratico", 2 novembre 201

“Non ho mai dato congedo a un film così indifeso, così delicato, così riservato come Uccellacci e uccellini”: in questo modo esordisce il regista in una lettera aperta ai “cari amici” e ai “cari critici milanesi”, in cui spiega le ragioni che lo hanno spinto a realizzare questo film, definito il migliore di Pasolini dalla critica, così ricco del pensiero dell’autore da essere quasi autobiografico.

In occasione del trentacinquesimo anniversario della morte (2 novembre 1975), colgo l’occasione per parlare di un grande poeta, scrittore e regista, di cui ultimamente si sente spesso discutere, diventato ormai il simbolo di una superficiale lotta al conformismo di gruppi giovanili, i quali credono di riscoprire Pier Paolo Pasolini trascinandolo semplicemente sulle pagine dei social network. Per questa ragione scelgo di ricordarlo con occhio attento attraverso quello che lui stesso definisce il proprio film più puro, “Uccellacci e uccellini” (1966), emblema della funzione pedagogica dell’intellettuale che Pasolini ha cercato di svolgere per tutta la vita.

La pellicola racconta la storia del cammino di Marcello (Totò) e di suo figlio Ninetto (un esordiente Davoli) lungo le polverose e deserte strade della periferia di Roma, in direzione di una meta che resta sconosciuta, e in compagnia di un corvo incontrato per caso e presto rivelatosi un intellettuale proveniente da “un paese chiamato Ideologia”, cittadino della “Città del Futuro” in cui risiede alla via Carlo Marx ecc… Il corvo è una chiara personificazione dell’autore, che, con sguardo distaccato, osserva il percorso e le avventure dei due e trae un significato da ogni evento esplicitandone la portata ideologica. La bestiola parlante racconta ai suoi compagni di viaggio la storia di “Uccellacci e uccellini”, allegoria delle differenze tra classi, della supremazia dei ceti più potenti (in questo caso i falchi) rispetto a quelli più deboli (i passerotti). Finita la favola continua il cammino dei tre amici con relative avventure. Il corvo, anarchico, marxista e veritiero (come lo definisce Pasolini) con una pungente ironia continua a commentare gli atteggiamenti e le vicende del padre e del figlio, finché i due, seccati di sentirlo, decidono di tirargli il collo e mangiarlo. Il finale coincide infatti con l’immagine dei suoi resti ammucchiati sulla strada bianca e polverosa mentre i due si allontanano sazi e spensierati dopo aver tolto di mezzo un intruso scomodo e noioso.

Nella sorte del corvo allora non si può fare a meno di riconoscere quello che poi è stato il destino del poeta, ucciso probabilmente dalle mani delle stesse persone con cui si è accompagnato e che ha cercato di aiutare, da quei “ragazzi di vita” cantati nella sua opera (anche se le vere dinamiche del delitto non sono state mai chiarite). La lungimiranza di Pasolini nel prevedere una simile conclusione sembrerebbe triste e geniale allo stesso tempo: trapelano la personalità dello scrittore, la consapevolezza del suo ruolo e della crisi dell’ideologia che ha ispirato tutto il suo lavoro, nonché il suo pessimismo speranzoso esplicitato da una delle ultime frasi del corvo: “Non piango sulla fine delle mie idee, ché certamente verrà qualcun altro a prendere la mia bandiera e a portarla avanti! Piango su di me…”. La fine dell’animale è l’assimilazione vorace e violenta di alcune idee, come ad esempio i nuovi valori imposti dal consumismo che vincono le riflessioni del corvo (ovvero l’individualità problematica della persona), e al contrario alimentano un apprendimento superficiale e repentino, una mercificazione del corpo, della materia e del pensiero, proprio come richiedono le leggi del consumo.

Il film pertanto è una continua riflessione, una vera e propria enunciazione del pensiero pasoliniano che viene in luce attraverso il susseguirsi di eventi simbolici, caratterizzati da confronti di immagini e di posizioni. Il contrasto tra i falchi e i passerotti si riscontra per esempio tra Totò e Ninetto da una parte e una povera famiglia dall’altra, famiglia alla quale vogliono togliere la casa per morosità; successivamente però un abuso di potere viene subìto proprio dai protagonisti per mano dell’Ingegnere, un “uomo d’affari” al quale devono dei soldi, intransigente sul ritardo del pagamento. E’ un’opposizione di “altezze” dunque che caratterizza  il  contrappasso: in piedi  i forti, a  terra  i  deboli; così  la  donna, che  supplica  il  signor Marcello affinché non sfratti  la  sua  famiglia, si inginocchia mentre i due la guardano dall’alto; allo stesso modo Marcello e il figlio si giustificano con l’ingegnere, stesi al suolo dai suoi cani.

Un flashback in seguito interrompe il cammino per un attimo: è il funerale di Palmiro Togliatti, alias la morte dell’ideologia; la macchina da presa rende bene il contrasto tra i visi scuri e induriti dalla fatica dei proletari presenti al corteo funebre, e quelli freschi e ipocriti dei politici che commemorano il loro collega.

E ancora, ripreso il cammino sulle strade dimenticate oltre la periferia, i tre incontrano una prostituta, dalla quale prima Marcello e poi Ninetto sono attratti; fa da sfondo a questa scena l’arida campagna e gli aerei che atterrano in lontananza. È notevole la contrapposizione tra la “battona”, figura tipica del sottoproletariato, e gli aeroplani, simbolo per eccellenza della diffusione del capitalismo.

Tutte queste efficaci rappresentazioni che ho sin qui riportato, sono legate da un filo attraverso il quale si snoda l’ideologia di Pasolini. Lui stesso scrive di aver trattato in questo film un tema particolarmente difficile, quale la crisi del marxismo degli anni ’50 e la conseguente necessità di un rinnovamento del pensiero comunista attraverso l’accettazione delle nuove realtà (“lo scandalo del Terzo Mondo, i Cinesi, e, soprattutto, l’immensità della storia umana e la fine del mondo, con l’implicita religiosità, che sono l’altro tema del film”).

Ognuna delle riflessioni che spuntano in “Uccellacci e uccellini” è perciò affrontata da una prospettiva sempre aperta a possibili contaminazioni quale è quella di Pasolini: un pensiero mai schierato, un’ideologia mai ortodossa; e soprattutto la sensibilità spiccata di un poeta che “continua a parlare a degli uomini che vanno non si sa dove” (corvo), che confessa si la sua impotenza ma senza escludere, allo stesso tempo, il bisogno di conoscere, “evangelizzare”, raccontare e amare quell’umanità sempre più incapace, forse, di ascoltarlo.

 

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Un ricordo di Pasolini rileggendo “Uccellacci e Uccellini”, di Silvia Mergiotti

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