La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

Uccellacci e uccellini
di Pier Paolo Pasolini (1965)
[La7, 14 luglio 2008]

A quasi quarant'anni di distanza colpisce questo cinema così dentro il suo tempo e apparentemente anacronistico. Ninetto "A papà, a me sa che la vita nun è niente" Totò: "E certo, la morte è tanto. Quando che uno è morto, tutto quello che doveva fare l'ha bell'e fatto". Difficile immaginare nel cinema italiano di oggi un dialogo del genere. Impossibile immaginare un cinema che rifletta sulla crisi ideologica degli intellettuali, sul comunismo post-Ungheria '56, post-morte di Togliatti (i cui funerali rappresentano l'aspetto documentaristico all'interno di un impianto favolistico del film) e, forse, sul pre-sessantotto, quella ventata di ribellione dei figli della borghesia piena degli spunti pasoliniani. E, ancor più, questo intellettuale irrequieto e straordinario polemista, artista capace di spaziare tra poesia, letteratura, cinema e politica, per interpretare il suo film che forse segnò la frattura con l'intellighenzia culturale della sinistra italiana chiamò nientemeno che Totò, cioè la maschera più popolare del nostro cinema, e Domenico Modugno a cantare i titoli di testa.

Si pensi anche alla scelta di Pasolini di fare interpretare la parte dell'intellettuale marxista a un Corvo parlante. Il cinema di Pasolini è intriso di passione politica e culturale, con la volontà di andare oltre gli steccati, le certezze ideologiche precostituite. Ed ecco allora inventarsi questo curioso road movie, dove persino gli uccelli parlano, con Totò e Ninetto dapprima impegnati in un lungo viaggio a piedi nelle periferie della capitale (quelle tanto care a Pasolini) e poi, dopo l'incontro con il Corvo, trasformati in due frati del 1200 che hanno ricevuto l'incarico di evangelizzare gli uccelli. Il film rappresenta un po' un epicentro del suo cinema, che in seguito opererà dall'interno dell'immaginario della borghesia in crisi per sgretolarne miti, ideologie, obiettivi. Con la creatività e rabbia di un intellettuale originalissimo che non ha confronti.

Si muovono in un limbo spaziale quanto temporale, Ninetto e Totò. Un non-luogo dove non c’è più differenza tra passato e presente, dove la campagna romana con i suoi ruderi sfuma in lontananza con le sagome del Colosseo Quadrato del'Eur e della basilica di San Paolo. Un non-luogo dove i resti della cultura contadina (il cibo, le case, il linguaggio) si mischiano con le novità d’importazione americana (i balli, la musica) e con l’avanzare di un’urbanistica che con i suoi palazzoni distruggerà tutto quanto. Non solo inglobando fisicamente contadini e poveracci, quanto inserendoli in un ordine delle cose che ne eliminerà completamente la visione del mondo.

Un non luogo dove il tempo si espande e si allarga in ottiche passate, dove si sente San Francesco dire a due frati (Totò e Ninetto) di parlare agli uccelli. Per insegnare loro che l’amore di Dio va oltre i propri istinti e oltre le classi sociali. Un insegnamento d’amore e di uguaglianza. Una favola. O forse l’utopia di un ideologo. Perché questo rappresenta il Corvo che racconta questa storia a Totò e Ninetto. La voce di colui che vede il mondo attraverso la riflessione filosofica e politica. La visione dell’uomo che costruisce teorie e analizza il mondo attraverso di esse. 

Pasolini costruisce un film stratificato e denso di segni. Alcuni di essi (la ragazza-angelo) rafforzano la continua dialettica tra sacro e profano, tra cristianesimo e marxismo su cui si basa l’intera la pellicola. Altri (i cartelli con l'indicazione di località e chilometri) aprono la storia verso suggestioni surreali. Altri ancora (i nomi delle vie) ci ricordano l’importanza del dialetto e della sua capacità di cogliere il reale.


Pasolini lavora molto sul linguaggio. Quello verbale, parlato, usato da Ninetto e Totò che rappresenta la cultura popolare, quello più ampio e ricco, parlato dal corvo che rappresenta la classe intellettuale e poi quello musicale che prende vita nella canzone iniziale e in alcuni degli stornelli che vengono cantati durante il film, che racchiude l’essenza stessa della narrazione e delle sue origini più antiche.

Alcune dissertazioni del Corvo potrebbero apparire ormai datate ma quello che sorprende per modernità è la scrittura filmica del regista. Ogni inquadratura è rigorosamente composta, splendido il lavoro sui primi piani, che siano della maschera grottesca e umana di Totò o dei volti popolari, e poi il continuo passaggio da un registro narrativo a un altro, che dimostra quanto sia stato libero il regista nello scrivere il suo film. E quindi si passa da momenti di realismo ad altri di poesia. Dalla favola allegorica al documentario (i funerali di Togliatti). Da aperture surrealiste (il circo) alla riflessione storico-filosofica.

Alla fine il Corvo verrà mangiato da Totò e Ninetto. La figura dell’intellettuale viene fagocitata da chi non sa più che farsene. Totò e Ninetto si allontanano verso il tramonto. Un aereo decolla.
Perché tutto è destinato a finire e ad iniziare da capo.

Alcune notazioni particolari: la voce del Corvo è di Francesco Leonetti; il film fece vincere a Totò un premio al Festival di Cannes; Vincenzo Cerami, insieme a Sergio Citti, è per la prima volta aiuto regista.

 

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BRANI DI PIER PAOLO PASOLINI


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A "PAGINE CORSARE"
DA OTTOBRE 1998



 
 



Uccellacci e uccellini, di Pier Paolo Pasolini [La7, 14 luglio 2008]

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