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Saggistica Uccellacci e uccellini
A quasi quarant'anni di distanza colpisce questo cinema così dentro il suo tempo e apparentemente anacronistico. Ninetto "A papà, a me sa che la vita nun è niente" Totò: "E certo, la morte è tanto. Quando che uno è morto, tutto quello che doveva fare l'ha bell'e fatto". Difficile immaginare nel cinema italiano di oggi un dialogo del genere. Impossibile immaginare un cinema che rifletta sulla crisi ideologica degli intellettuali, sul comunismo post-Ungheria '56, post-morte di Togliatti (i cui funerali rappresentano l'aspetto documentaristico all'interno di un impianto favolistico del film) e, forse, sul pre-sessantotto, quella ventata di ribellione dei figli della borghesia piena degli spunti pasoliniani. E, ancor più, questo intellettuale irrequieto e straordinario polemista, artista capace di spaziare tra poesia, letteratura, cinema e politica, per interpretare il suo film che forse segnò la frattura con l'intellighenzia culturale della sinistra italiana chiamò nientemeno che Totò, cioè la maschera più popolare del nostro cinema, e Domenico Modugno a cantare i titoli di testa. ![]() Si muovono in un limbo spaziale quanto temporale, Ninetto e Totò. Un non-luogo dove non c’è più differenza tra passato e presente, dove la campagna romana con i suoi ruderi sfuma in lontananza con le sagome del Colosseo Quadrato del'Eur e della basilica di San Paolo. Un non-luogo dove i resti della cultura contadina (il cibo, le case, il linguaggio) si mischiano con le novità d’importazione americana (i balli, la musica) e con l’avanzare di un’urbanistica che con i suoi palazzoni distruggerà tutto quanto. Non solo inglobando fisicamente contadini e poveracci, quanto inserendoli in un ordine delle cose che ne eliminerà completamente la visione del mondo. Un non luogo dove il tempo si espande e si allarga in ottiche passate, dove si sente San Francesco dire a due frati (Totò e Ninetto) di parlare agli uccelli. Per insegnare loro che l’amore di Dio va oltre i propri istinti e oltre le classi sociali. Un insegnamento d’amore e di uguaglianza. Una favola. O forse l’utopia di un ideologo. Perché questo rappresenta il Corvo che racconta questa storia a Totò e Ninetto. La voce di colui che vede il mondo attraverso la riflessione filosofica e politica. La visione dell’uomo che costruisce teorie e analizza il mondo attraverso di esse. Pasolini costruisce un film stratificato e denso di segni. Alcuni di essi (la ragazza-angelo) rafforzano la continua dialettica tra sacro e profano, tra cristianesimo e marxismo su cui si basa l’intera la pellicola. Altri (i cartelli con l'indicazione di località e chilometri) aprono la storia verso suggestioni surreali. Altri ancora (i nomi delle vie) ci ricordano l’importanza del dialetto e della sua capacità di cogliere il reale.
![]() Alcune dissertazioni del Corvo potrebbero apparire ormai datate ma quello che sorprende per modernità è la scrittura filmica del regista. Ogni inquadratura è rigorosamente composta, splendido il lavoro sui primi piani, che siano della maschera grottesca e umana di Totò o dei volti popolari, e poi il continuo passaggio da un registro narrativo a un altro, che dimostra quanto sia stato libero il regista nello scrivere il suo film. E quindi si passa da momenti di realismo ad altri di poesia. Dalla favola allegorica al documentario (i funerali di Togliatti). Da aperture surrealiste (il circo) alla riflessione storico-filosofica. Alla fine il Corvo verrà
mangiato da Totò e Ninetto. La figura dell’intellettuale viene fagocitata
da chi non sa più che farsene. Totò e Ninetto si allontanano
verso il tramonto. Un aereo decolla.
Alcune notazioni particolari: la voce del Corvo è di Francesco Leonetti; il film fece vincere a Totò un premio al Festival di Cannes; Vincenzo Cerami, insieme a Sergio Citti, è per la prima volta aiuto regista.
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