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La scomparsa di Enzo Siciliano Addio a Siciliano,
critico militante
È scomparso ieri mattina all’alba, colpito da emorragia cerebrale, Enzo Siciliano, uomo di cultura e scrittore, tra i più discussi del secondo Novecento, uno degli emblemi della società letteraria romana che in qualche modo ha dominato scelte, premi letterari, dibattiti culturali degli ultimi quarant’anni. Amico e sodale, dagli anni Sessanta, di Pier Paolo Pasolini e di Alberto Moravia, da critico negli anni si è inventato scrittore, pur non trascurando mai un suo impegno dal punto di vista della discussione letteraria, attraverso il lavoro di critica militante su giornali quali "La Repubblica" o "L’Espresso" o nella vita di riviste quali "Nuovi argomenti", a cui aveva collaborato fin dalla nascita e che aveva iniziato a dirigere negli anni Ottanta, dopo la scomparsa di Moravia. Era nato nel 1934 a Roma, da genitori calabresi e la Calabria è stata spesso uno dei luoghi d’elezione dei suoi romanzi, da uno degli ultimi Non entrare nel campo degli orfani, pubblicato nel 2002 (Mondadori) e ambientato a Nicastro, oscillante tra il presente e il tempo dell’infanzia; protagonista, come Siciliano, uno scrittore di successo che da anni vive a Roma, una specie di dittico con Mia madre amava il mare e Diamante. Del resto questa necessità di ritornare a casa è uno dei temi che caratterizzano l’opera letteraria dello scrittore che in un’intervista spiega che il fatto di non essere nato in Calabria, ma a Roma, lo ha sempre fatto sentire «una specie di sradicato». Esordisce presto nella letteratura, all’inizio degli anni Sessanta – quando in Italia impera la neoavanguardia del Gruppo 63 – con Racconti ambigui, cui seguono altri romanzi come Rosa pazza e disperata (1973), La principessa e l’antiquario (1980), Carta blu (1992). Nel 1998 vince il Premio Strega con I bei momenti, dedicato a Mozart e al rapporto con la moglie Constanze Weber. Del resto anche la passione per la musica ha avuto ampio spazio nella sua scrittura. Nel 1976 aveva pubblicato una biografia dedicata all’amato Puccini, mentre con Carta per musica presenta un altro libro dedicato alla sua passione giovanile, a quello che da ragazzo, proprio in virtù degli studi di pianoforte e di canto, sembrava essere il suo destino. Il suo ultimo romanzo, Il risveglio della bionda sirena, ha ancora a che fare con la realtà umana di grandi artisti, questa volta calati nella realtà della sua Roma un po’ decadente e dannata. È la Roma degli anni Venti e Trenta, quella della «Scuola romana». Siciliano ne racconta uno dei protagonisti, Mario Mafai, attraverso la relazione coniugale con Antoinette Raphael, donna cosmopolita e europea, in netto contrasto con l’ironia e certi tratti provinciali del pittore. La sua attività critica è ben documentata da una numerosa serie di libri, da La Bohème del mare (1983) a Romanzo e destini (1992), ma anche monografie dedicate agli amici più stretti, Moravia (1971) e Vita di Pasolini (1978). È anche autore di una non-memorabile e forse troppo semplicistica Storia della Letteratura italiana, uscita negli anni Ottanta, anche perché Siciliano resta soprattutto un critico militante, con un ambito privilegiato, quello del Novecento più nascosto e minore, cui lo scrittore ha sempre saputo restituire dignità e valore critico, attraverso riproposte editoriali (si veda la collana "Novecento italiano", diretta per Giunti, negli anni Novanta) e la possibilità di un ampliamento degli studi di autori caduti in un oblio che sembrava definitivo, da Silvio D’Arzo al parmigiano Mario Colombi Guidotti, da Guido Cavani ad Arturo Loria, tutti rappresentanti di scritture scabre, appartate, legate ad un mondo arcaico, irrimediabilmente scomparso. Anche nelle scelte dei nuovi narratori restava fedele a questa sua ricerca, diventando strenuo sostenitore di autori, fuori dalle regole, come Vincenzo Pardini e Aurelio Picca. Tra gli studi critici si segnala la scelta dei Racconti italiani del Novecento, un Meridiano Mondadori che mette in luce una delle tradizioni della nostra letteratura, poco amata dai lettori. Un lavoro critico che riscatta l’opera di un narratore "modesto", iper-valutato forse in virtù dei molti ruoli da intellettuale organico che ha sempre rivestito presso le istituzioni che contano, ruolo senz’altro in contraddizione con la linea critica dei "dimenticati da tutti" che lo affascinava nelle sue letture.
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