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"Pagine
corsare"
La scomparsa di Enzo
Siciliano
Perché non scommettere
sul talento sregolatissimo di Giuseppe Genna?
di Enzo Siciliano
[da Nuovi Argomenti,
n°34]
Sul libro di Giuseppe
Genna
Dies Irae
Genna
non è un uomo, è una rotativa vivente, una Lexmark che non
stacca mai. Scarica libri in velocità sorprendente. Eccessiva. Proprio
il contrario di quel che si dovrebbe fare.
Ma poi, perché non
farlo se si è in lena di farlo?
Delle 762 pagine del suo
“non libro fantascientifico e argonautico Dies Irae forse ne avrei
buttate via la metà e più - e probabilmente avrei sbagliato.
[Per esempio, al contrario agisce Gianni Celati curando che le paginette,
133 - fellinianamente bellissime, misuratissime - sui suoi “pascolanti”
siano stampate in formato ridotto, quasi per pochi amici]. Il bello della
letteratura è di essere quel campo apertissimo dove ai due poli
opposti possono quieti quieti abitare Genna e Celati - e io mi trovo ad
amarli entrambi.
Dies Irae nasce da
un’ubriacatura da Don De Lillo. Con l’idea che il romanzo debba essere
anzitutto un libro di storia e di storie, Genna, pure incollato a De Lillo
e al suo Underworld, sente la necessità di farsi muscolare. La veemenza
diventa il fotofinish cui tende - e non è un caso che in copertina
figuri una scultura accovacciata, un nudo di ragazzo, di quei nudi più
vestiti di muscoli che veramente nudi di cui si fa vanto chiunque voglia
ispirarsi a Michelangelo (o a Rodin).
In questo caso, il romanzo,
più che un giusto rappresentare storia e storie, scantona verso
un moto il cui verbo è afferrare, afferrare cose e fatti, senza
un fine studiato e realmente atteso - si afferra, voracemente, e la soddisfazione
è tutta lì.
Si potrebbe dire che si
obbedisce così ad una pratica religiosa… Ma sì, Genna è
un religioso, il suo animo vibra di stupore, piuttosto che essere insidiato
dalla paura. La paura porta a distinguere, a paragonare: la muscolarità
di Genna concepisce il mettersi di fronte alla vita sempre in uno scontro
totale e cieco (le ginocchia del nudo in copertina sono tali da incutere
un immediato rispetto, da creare soggezione).
Insomma, Dies Irae
è un romanzo d’autobiografia, un romanzo di formazione, immerso
fino al collo nella cronaca italiana a partire dalla tragedia di Vermicino.
La sazietà giornalistica è il destino cui la narrazione è
affidata, di qui il senso di materiali invasivi e spuri da cui ti sembra
di essere soffocato di pagina in pagina, e alla cui inutilità non
puoi sottrarti. A questo punto si presenta una domanda: certo, De Lillo,
ma perché non Dos Passos? De Lillo non conosce materialità
- quella materialità maniacalmente amata da Dos Passos.
L’esigenza dell’antiestetico
è chiara in Genna - quasi che l’orizzonte domestico che vuole indicarti
come condizionante e necessario fosse quello del pornoshop. Se vuoi respirare
la Storia, e costringerla ad affacciarsi in controluce, in prospettiva
ravvicinata, nella tua individualità, non puoi non sporcarti le
mani fino al gomito (proprio come pensava Sartre).
Rischi però che poi
tra le dita non ti rimanga niente. Attraversi “lo spazio ruvido che contiene
il mondo” e ti accorgi di percorrere uno spazio affatto vuoto.
Sembrano profilarsi personaggi
e svilupparsi una vicenda. Ma se poi ha da dirti come vede la vita, Genna
te la inquadra così: “La gente cammina con passo allegro, è
una giornata di novembre luminosa, il vento caldo dell’estate in pieno
novembre, l’aria pare una guancia, è un’estate di San Martino per
fare esplodere la storia e bucare il pianeta, sollevando di colpo l’asse
magnetico, un pianeta che non sa più ruotare, in quale senso, verso
quale direzione, rotola nel freddo sidereo, un pianeta privo di direzione
che entra nel dinamico futuro, l’unica asse che resta intatta.”
Genna scrive decifrando
il punto di fuga del proprio ragionamento o della propria intuizione, e
si affida a quel moto col criterio non del paragonare ma dell’uguagliare…
Non si crede qui, insomma, che le cose siano così e così,
ma si vuole che siano così e così.
Cosa mi piace del libro di
Genna? La musica triste che imbeve l’autobiografia: trapela un volto malinconico,
smagato e innamorato dello scrittore, sempre deluso dal mondo ma del cui
cibo avariato non può fare a meno - il volto di chi si è
lanciato in un’orgia e ne esce fuori con tracce evidenti di amarezza negli
occhi, le stesse membra segnate, insaziate ma subito assorbite dal fuoco
di un desiderio che non si quieta mai.
Alla conclusione, Dies
Irae è un libro di autentica disperazione: non per questo da
gettare via. Una testimonianza di verità paradossale da controllare
in futuro. Per esempio: la Milano da bere dell’età craxiana ha qui
il suo regesto immaginifico se non il suo romanzo - e questo non è
poco.
Per progetto stilato e controfirmato
in Parnaso, la narrativa italiana ha spessissimo evitato di sporcarsi le
mani; casomai negli ultimi anni se le è sporcate - male - in oziosi
maurivaudages
col racconto di genere (in questo, Genna ha anche peccato).
Alcuni scrittori sembra
invece desiderino oggi sporcarsele al modo sartriano, ma già provocano
zitellesche reazioni. È una narrativa che ha il proprio incunabolo
nel Petrolio pasoliniano. Ben venga.
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