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La scomparsa di Enzo Siciliano Io studente, inseguendo
fantasmi
Dovrei tornare a dire come scrissi aprendo un mio romanzo: ero giovane e avevo vent’anni. Percorrevo il più possibile a piedi le strade verso l’università, quando Roma aveva spazi ancora scavati nel silenzio. Mi piaceva camminare: un’abitudine presa con un amico e compagno di studi, tempo prima, quando non riuscivamo a ragionare di niente, di quanto insieme studiavamo per esempio, se non camminando per il solco obbligato in linea retta che dai nostri quartieri sud di Roma, dalla Basilica di San Giovanni in Laterano, ci portava al Pincio - via Conte Verde, Santa Maria Maggiore, il Viminale, via Quattro Fontane, via Sistina, fino alla terrazza della Casina Valadier. Andavo all’università con l’ostinatezza dello studente che ha contratto un’assuefazione immedicabile per l’odore d’aula, gesso e corpi di ragazzi approssimativamente lavati; e vive di quell’odore. Risalivo da via Taranto, la strada dove abitavo, verso la basilica di Santa Croce in Gerusalemme: costeggiavo il tracciato delle Mura Aureliane cui erano addossate stentate pezze d’erba che la notte dovevano essere rallegrate nell’ombra da qualche puttana se, nel mattino freddo, un preservativo o due restavano a marcare, in un angolo non proprio defilato sottomuro, con il lucido bianchiccio, attimi di voluttà veloce e rubata. Il tram, il 3, mi sferragliava accanto in salita: tagliava in verticale la città, da via Casilina, piazza Lodi, su fino a via Eleonora Duse, ai Parioli. E la mia mente inseguiva fantasmi. La svolta sulla piazza di San Croce lasciava sulla destra la facciata borrominiana della chiesa, una scultura: grandi occhiaie, o una bocca spalancata nel travertino - e, senza più guardarla, componevo su quei fantasmi l’esperienza del pieno e del vuoto che è disegno del costruire sia con i mattoni sia con le parole, con i colori, e poi con le note. Una piccola pagoda di ferro grigio, un pisciatoio per maschi, bene in vista sulla piazza, aveva il suo posto sull’orlo della ghiaia accanto ai pini: talvolta, per il freddo, vi ero costretto alla sosta. Sulla piazza raggiungevo la fermata della Circolare Rossa per tagliare in velocità lo Scalo di San Lorenzo e il lungo viale cui ancora la soprelevata non aveva cancellato l’ottocentesca proporzione da lungo Campo di Marte popolare -, bello, ma che non mi piaceva. E prendevo il tram in corsa per arrivare in punto alle nove nell’Aula I della facoltà di Lettere per la lezione di Letteratura Italiana di Natalino Sapegno. Di Sapegno ne avevo, ne avevamo, timorosa devozione. Dapprincipio vivevo, vivevamo noi studenti, quella lezione come un obbligo delle cose, cioè dell’ordine degli studi. Il tempo me ne avrebbe fatto capire la forza dei contenuti. I mattini che la memoria mi ha conservato sono grigi, fradici di pioggia i risvolti dei calzoni sulle scarpe, inzuppati, e i piedi, gelati. Mattini saturi di quel freddo che si trasforma in una carie per le ossa. Ma nel clima dei vent’anni che ancora non avevo compiuto, né ero prossimo a compiere poiché avevo scalato in fretta le classi della scuola secondaria, nel clima che lo spirito vive a vent’anni, non c’era posto per trattenere un qualche significato ai geli del primo inverno. Un gelo per Roma assai più compatto di quello che, sfiatando in scirocco, oggi intorbida la città nella stessa stagione. Sul tram che mi portava alla Sapienza - pochissime fermate, quella a Porta Maggiore, poi le due lungo il via dello Scalo, infine il Verano, dove scendevo, percorsa la china di via De Lollis, un’occhiata invidiosa alla Casa dello Studente, mi sarebbe piaciuto fare vita di comunità là dentro, entravo nel recinto universitario per il cancello laterale aperto sul fianco dell’edificio di Fisica -, sul tram sfogliavo il volumetto Einaudi Della tirannide, poiché di lì a poco, consumato il quarto d’ora accademico, il professor Sapegno avrebbe bisbigliato, con gli occhi fissi alle proprie ginocchia nascoste dalla cattedra, la sua lezione che noi a orecchie tese cercavamo d’appuntare su un quaderno.
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