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La scomparsa di Enzo Siciliano Quei racconti di vite
diverse nel Novecento degli scandali Saba, Comisso, Penna, Pasolini: l'omosessualità
tra opere e avventure terrene
Alcuni giorni fa, mi pare su "Le Figaro", è apparsa una vignetta in cui un bambino diceva al papà, Papà, del Gay Pride ho capito tutto, ma non ho capito niente del Giubileo. Nel paese dove - lo si sa per storia - ragazze e ragazzi offrivano "la cortesia" agli stranieri di passaggio sia per innata cortesia e piacere sia per lucro - e questo con piena tolleranza di chiunque, particolarmente a Roma, - quale offesa può generarsi per un corteo che dice alla sostanza quanto in ogni persona "diversa" via sia un'esigenza di verità alla pari con tutti, e perciò un'esigenza di pari diritti e di pari doveri? Dove l'offesa, specie a Roma, la Roma cristiana, la Roma del Concilio Vaticano II? D'altro lato è vero che la diversità, e la diversità sessuale, resa esplicita fuori della logica dell'antica "cortesia", ha provocato spesso contrasti, e anche una conflittualità accesa in certi casi: o, nella vita italiana, nella seconda metà del secolo sulla via di concludersi, per lo meno in un caso, violentissima. Ma vado con ordine: è della letteratura che voglio parlare. Il Novecento letterario ha conosciuto dell'omosessualità più d'una testimonianza esemplare. Alcune "avventure terrene" di Comisso raccontano con sottile e ironica, penetrante esplicitezza l'eros socratico - proprio rappresentato nella chiave con cui alcuni dialoghi platonici, Socrate protagonista, il Lachete, il Carmide, il Fedro, per esempio, ne parlano. Comisso riprendeva il timbro chiaro di voce che hanno anche le strofe dell'Antologia Palatina dedicate al medesimo argomento. Niente veli, e solo l'innocente tratteggio di un innamoramento che nella fugacità occasionale trova spiegazione. Nei diari di un "marchesino pittore", pagine sparse firmate da quel genio del pennello che è stato Filippo De Pisis, si trovano avventure paragonabili, corse proprio a Roma, sui lungoteveri, nell'anno 1919 per esempio, rincorrendo giovani marinai o giovani manovali. Nessun intoppo nell'ottenere "cortesia". La riprova c'è, ed è anche visiva: i "nudini", a carboncino, ad olio, che De Pisis ha lasciato e ora sono nei musei del mondo. Su quella linea, arrivarono, novità estrema, che "preoccuparono" Montale e Saba sul finire degli anni Trenta, i versetti di Sandro Penna. Saba chiamò a Trieste il giovane "Pennino", e lo portò in un bagno turco. Il cosiddetto "Pennino" scriveva: "Trovato ho il mio angioletto / fra una losca platea. / Fumava un sigaretto / e gli occhi lustri avea...." Anche Piero Santi aveva preso a narrare negli stessi anni, con un'ombra di sofferenza esistenziale, vicende di ragazzi di vita alle Cascine fiorentine, fra l'incubo della guerra di Spagna e quella del '40. Un qualche scandalo Penna lo aveva sollevato. Non poté pubblicare tutte le poesie scritte in quegli anni: le riserbò a tempi nuovi, più aperti, ai tempi della democrazia conquistata. In Croce e delizia (1958) si lesse: "Amore, amore / lieto disonore". Bisogna dire però che quello scandalo non turbava più la mente di nessuno. Arbasino aveva già cominciato a raccontare dei "fratelli d'Italia". Lo stesso faceva Testori, o Patroni Griffi. Erano realmente tempi diversi. Di un accidentato passato prossimo, di quei temi, se ne occupò invece Bassani ne Gli occhiali d'oro, e il protagonista del romanzo, il professor Fadigati, diventò la vittima di un'epoca viziata dalla dittatura fascista dove la "cortesia" di tradizione poteva rovesciarsi in ricatto, con tutto quel che può seguire. Moravia aveva già scritto Agostino, mettendo a nudo angosce, ambiguità puberali e la pederastia belluina di un bagnino di Viareggio. Per molti, quel suo lungo racconto è un capolavoro. Penna rifiutava che nei propri versi si cercasse un'eco di dolore: era il poeta di una "strana gioia di vivere", del "ricordarsi di un risveglio / triste in un treno all'alba...". Niente dolore, perciò. La "diversità" esprimeva per lui un lato particolare dell'esistenza, la possibilità di cogliervi un sistema di impalpabili ma veridiche anologie: "...la liberazione / improvvisa è più dolce: a me vicino / un marinaio giovane; l'azzurro / e il bianco della sua divisa, e fuori / un mare tutto azzurro di calore". Così, lo scandalo poteva essere superato, se non accantonato. Saba, intanto, aveva scritto Ernesto, ma morendo lo aveva lasciato nel cassetto - come lo stesso E.M. Forster aveva fatto per il suo Maurice. Gli eredi di Saba ebbero il problema, per anni, se pubblicare quel manoscritto o no, anche se Elsa Morante, che lo aveva letto, li spingeva a farlo, sostenendo che era uno dei più bei romanzi italiani del secolo, e aveva ragione. Ernesto uscì e fu letto da tutti con equità e con passione: nessuno ne fu scandalizzato. Lo scandalo "civile" fu racchiuso invece nel nome di Pasolini, nello scatenarsi sulla sua opera, sulla sua persona, d'una serie selvaggia di processi, il cui senso spesso - leggi il processo del Circeo - era difficile da decifrare. O era chiarissimo - come sosteneva Moravia. Per Moravia, nel paese della "cortesia", più o meno simulata, non si potevano annodare all'aria aperta in un unico soggetto grammaticale marxismo, omosessualità e cristianesimo: non si potevano cioè scrivere Ragazzi di vita firmare Il Vangelo secondo Matteo e schierarsi criticamente con il Pci dichiarando a gran voce le proprie scelte erotiche. Infatti, agli occhi della nascente, omologata piccola borghesia italiana Pasolini manifestava un eccesso di libertà. Né valeva il confronto con D'Annunzio. D'Annunzio si fece trappista nel Vittorale, e lì celebrò in penombra i propri riti del sesso. Pasolini viveva invece la sua vita notturna sulla strada: ne fece addirittura il proprio strumento ermeneutico per capire gli italiani. A confronto di questo, il Gay Pride è cosa che persino un bambino, come nella vignetta del "Figaro", può capire, e restare indifferente.
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