In memoria di Enzo Siciliano
 


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"Pagine corsare"
La scomparsa di Enzo Siciliano

Lo scrittore e la tribù
di Eugenio Scalfari, la Repubblica 10 giugno 2006

«Arriva con un titolo da brivido, Via Volta della Morte». Cominciava così l´articolo di Enzo Siciliano su Repubblica, la recensione d´un romanzo da poco uscito. Mentre lo leggevo giovedì mattina lui era ancora perfettamente vivo, parlava con i suoi familiari, aveva combinato con Bernardo Bertolucci un appuntamento per passare la serata insieme. Pochi minuti dopo era morente e così l´ho visto nel pomeriggio, cadavere che respirava. 

Noi piangiamo lo scrittore, il romanziere, il critico, ma soprattutto l´amico. Quando un amico se ne va porta con sé una scheggia della vita vissuta insieme, i progetti, le speranze, i sentimenti coltivati in comune e i timori, qualche successo, qualche sconfitta, molte delusioni. Resta un vuoto e ci vuole tempo perché si colmi; il tempo e la memoria sono i soli rimedi per riempire quel vuoto e riappropriarsi dell´essenza della persona che improvvisamente è scomparsa. 

Quando lo conobbi non aveva ancora trent´anni e sembrava un principe arabo senza turbante, una sensibilità straordinaria e una altrettanto straordinaria curiosità verso i fatti e le persone. Verso la letteratura, il teatro, la musica, insomma tutto ciò che chiamiamo cultura.La politica rientra anch´essa, per chi la consideri un´attività dello spirito, nella cultura e lui ne fu partecipe a pieno titolo senza sottrarsi alle incombenze e alle responsabilità ma con un disagio palese quando la politica volava basso, inzaccherandosi col fango e le lordure dei pantani. 

Qualche tempo fa, tracciando un ritratto di Cesare Garboli, Enzo ha dato la misura dell´impegno con cui uno scrittore può contribuire al bene comune, ad una visione della Città e al carattere dei cittadini. Una prosa alta e nobile che dovrebbe a mio avviso esser letta e commentata nelle nostre scuole. 

Erano i tempi, quando ci conoscemmo, della dolce vita romana, tra la via Veneto degli attori e dei paparazzi e piazza del Popolo degli scrittori e dei giornalisti. E delle «jeunes filles en fleur». Enzo, a suo modo, faceva parte di quel mondo ma con distacco, più da spettatore che da partecipante, più affascinato da Moravia, da Brancati, da Bassani, dalla Morante che dalla spuma che quel mondo effondeva creando un effetto ottico di mondanità dissipata cui non corrispondeva alcuna reale dissipazione. Pasolini venne dopo e fu un altro capitolo di quella stagione ricca di caratteri e di bizzarri talenti. 

I giornali di quella itinerante tribù furono Il Mondo, L´Espresso, la terza pagina del Corriere, Nuovi Argomenti, qualche rivista letteraria. E i libri che i componenti della tribù scrivevano. Tanti libri, quasi tutti di buona fattura e qualcuno destinato a restare nella storia letteraria del Novecento. Siciliano era, insieme a Eco e Arbasino, tra i più giovani di quella variopinta compagnia divisa, a volte profondamente, dalle poetiche e dalle lotte letterarie, ma unita nella serietà dell´impegno con la scrittura e con la cultura. Che anni furono quegli anni. Forse perché si era giovani. Ma io non credo fosse solo quella la ragione che ce li fa rimpiangere. Io credo che li ricordiamo con tanta vivezza per la vigoria dei pensieri e l´acutezza della sensibilità, l´ironia del buongusto e la forza delle argomentazioni. Enzo ci portava in più una sua tendenza melodrammatica con cui coloriva le atmosfere ed esteriorizzava le ansie rendendole sopportabili. L´ansia c´era allora come adesso, le nostre certezze non ne erano affatto esenti, le contraddizioni costellavano la nostra vita non meno di quanto avvenga ai giovani d´oggi. Ma tentavamo di esorcizzarle, quelle ansie, abbinando l´artigianato quotidiano alla fantasia e all´immaginazione. 

In queste capacità del pensare e del fare Siciliano è stato maestro. Ha saputo coltivare giovani talenti. Ha fatto opera diuturna di educazione culturale perfino nella breve fase di presidenza della Rai - credo uno dei compiti più ingrati che accettò per puro spirito di servizio - in cui riuscì ad imporre Macbeth in prima serata di RaiUno, a rischio di perdere l´ascolto di massa strenuamente difeso dalla burocrazia dell´azienda. 

Questa rara persona non c´è più. Quando ieri mattina ho saputo della sua morte ho ripensato a quella prima riga del suo articolo, a quel titolo da brivido, Via volta della morte, come fosse stato per lui un presentimento. I piedi mi hanno portato nel parco dei daini in Villa Borghese e sotto l´ombra dei lecci ho visto giocare tanti bambini in mezzo ai piccioni che becchettavano tra l´erba e si alzavano in brevi voli. Ma i miei pensieri erano con lui e così mi sono consolato.

 


Lo scrittore e la tribù, di Eugenio Scalfari
 

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