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Teatro Jacopone da Todi
di Enzo Siciliano
A quasi un anno dalla scomparsa, Enzo Siciliano, scrittore e critico letterario, è stato ricordato il 14 maggio presso il Teatro Valle di Roma con la messa in scena della sua opera Jacopone. È questo uno dei suoi testi più intensi e drammatici, pubblicato nel 1986 e rappresentato per la prima volta nello stesso anno a Todi dall'attore Giorgio Crisafi. L'attuale messa in scena è per la regia Giorgio Crisafi, a cura di Francesco Cordio, musiche dal vivo di Antonello Sorrentino, produzione: “Mimesis”.
Nel primo anniversario della scomparsa Mondadori pubblica l'ultimo romanzo di Enzo Siciliano che l'autore ha completato pochi mesi prima della morte: una sorta di testamento spirituale e una summa dei suoi paesaggi e dei temi esplorati nella lunga attività di intellettuale e narratore. Saverio, figlio bastardo di don Nicola, ricco possidente della pianura di Santa Eufemia, in Calabria, ha ereditato le fortune paterne e coltiva un rapporto nutrito di rancore e disprezzo - o forse di semplice invidia - con la sorellastra e soprattutto con il marito di lei. Soldato imboscato nelle retrovie durante la Prima guerra mondiale grazie alla complicità di un maggiore medico attratto dalla sua prestanza fisica, fascista della prima ora, Saverio è una classica, disturbante figura di tipico italiano opportunista, qualunquista, vitale e al tempo stesso vittima di oscure depressioni. Nella parabola della sua vita si può leggere, con emblematica trasparenza, il ciclo dell'ascesa e della rovina di un'intera nazione. Altrettanto degna di nota è la circostanza per cui questo romanzo, completato da Enzo Siciliano e consegnato all'editore pochi mesi prima di morire, rappresenta una specie di summa dei luoghi, dei temi, delle atmosfere e delle ossessioni più cari alla sua ispirazione. Una Calabria ancestrale e al tempo stesso storicamente individuata con assoluta esattezza; una provincia torpida, sensuale, velleitaria, capace di ogni bassezza e conformismo come di fiammate di pura idealità; una nazione pervicacemente incapace di allinearsi agli aspetti migliori, al volto più razionale e trasparente della modernità. In questa contrapposizione sfibrante con le forze più elementari e terragne, la cultura rischia di prendere la via della fuga, del rifiuto, di un silenzio orgoglioso e risentito, come sceglie appunto di fare in questo romanzo 'u professuri, il cognato di Saverio, suo antagonista sotto ogni aspetto. Questa deriva, che Siciliano ha descritto in tanti personaggi, se è uno dei temi più ricorrenti del narratore è stato anche il bersaglio preferito dell'intellettuale. Contro ogni aristocratico ripiego si è sempre battuto il suo magistero lucido e appassionato, e anche quest'ultimo capitolo della sua avventura creativa sembra consegnarci il dolente, ma fermo, invito di Enzo all'impegno. * * * La Calabria avita di Enzo
Siciliano
Questo romanzo postumo di Enzo Siciliano, La vita obliqua, a me sembra uno dei migliori che abbia scritto e dispiace pensare che sia uscito dopo la sua scomparsa, un anno fa, improvvisa e così prematura. Devo cercare di giustificare questo giudizio, naturalmente. Lo farò in base a due considerazioni. Il primo è il plot intorno al quale il romanzo è costruito. Siamo in Calabria (torna l'amata Calabria avita) negli anni immediatamente seguenti la Grande Guerra. C'è Gabriele, anziano insegnante, che dedica una parte del suo tempo e talento ad una specie di banca privata dove fa fruttare i (pochi) denari che operai e contadini gli affidano. Lo fa con disinteressata generosità, con quello spirito filantropico e cooperativo che improntava il socialismo all'inizio del XX secolo. Gabriele è sposato con Rosina che ha un fratellastro, Saverio, il quale nutre nei confronti dei due una sorda invidia. Imitando la firma di Gabriele, Saverio fa un rilevante prelievo mandando in dissesto la meritoria impresa di risparmio. Questo Saverio, vero protagonista del racconto, l'uomo dalla vita obliqua del titolo, è tentato dal movimento fascista che in quegli anni sta prendendo forma. In realtà è soprattutto un uomo che si lascia scivolare addosso gli avvenimenti, il sesso, la politica, con distaccato cinismo. Non lo si può nemmeno definire un fascista, semmai uno spostato che nel fascismo coglie un'imprecisata e pigra occasione di cambiamento. Un bel racconto, con personaggi indovinati, pervaso da un forte sentimento del passato, una Calabria già incrinata dalla criminalità, non però con la spaventosa intensità attuale. Proprio il sentimento del passato dà il secondo connotato al racconto, che è la sua scrittura. In altre prove di Siciliano c'era come una ridondanza compositiva, un'eccessiva ricercatezza di lingua che a volte impacciava il procedere dell'azione. Qui invece l'autore è riuscito a trovare un registro espressivo elegante, ma nello stesso tempo più asciutto, un fraseggio che anche quando si fa commosso resta funzionale all'episodio. Nostalgia, dicevo. La vediamo nei bozzetti di provincia, nel chiacchiericcio furtivo delle donne, nelle confidenze degli uomini solennemente futili, in certi ritratti di interni ombrosi che spesse mura riparano dalla calura. E nella quiete appartata di Gabriele, il professore, che trova la sua dimensione più vera quando si immerge nei suoi libri, o in un solitario cammino nella campagna rischiarata dal lontano chiarore del mare.
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e la pubblicazione dell'ultimo libro scritto da Siciliano |