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Teatro Pasolini e Sciascia
che strana coppia
Sciascia non chiude gli occhi su quanto in passato ha potuto allontanarlo da Pasolini. Riconosce la propria avversione per l’omosessualità, ma si pente di aver potuto lasciarla fraintendere per disapprovazione moralistica; esce sconvolto dalla proiezione di Salò o le 120 giornate di Sodoma, ma cerca di spiegarsi il motivo che può avere spinto l’artista a una simile disperazione nei confronti dell’umanità. Saluta però con dolorosa lucidità il moltissimo di Pasolini che trova congeniale, a partire proprio da quella constatazione della resa al consumismo e della perdita dei valori antichi, legati alla civiltà povera dei contadini, da cui parte il brano famoso da cui il titolo dello spettacolo, vale a dire l’incontro inopinato e simbolico con una lucciola (ma allora non sono estinte del tutto!) quarant’anni dopo averne viste per l’ultima volta. Di Pasolini, Sciascia sente visceralmente proprio l’irriducibile bisogno di mettere in discussione tutto e sempre, di non accontentarsi di niente, di dubitare di ogni cosa; e capisce, sotto l’apparente pessimismo, la determinazione ad amare se non addirittura a idealizzare proprio gli esponenti più disprezzati dell’attuale barbarie. La regia colloca le riflessioni di Sciascia, più qualche frase di Pasolini, del quale una volta arriva anche l’inconfondibile voce registrata in una vecchia intervista, dentro una grande stanza che diventa una scuola - dei banchi inizialmente ammucchiati sono raddrizzati e disposti in due file - con sei ragazzetti dall’aria selvatica ma allo stesso tempo disponibile ad accogliere sollecitazioni, veri recipienti vuoti, desiderosi, forse a loro insaputa, di venire educati, ma proprio per questo facilmente corruttibili. Nella scuoletta si aggira una specie di silenzioso vecchio bidello (Coco Leonardi), al quale ogni tanto i ragazzi danno bonariamente la baia; e naturalmente un maestro, in completo grigio qualunque e cravatta, che a un certo punto si toglierà. Questo maestro non fa però lezione ai ragazzi, ma semmai a se stesso, riflettendo a voce alta come si è detto, a volte perfino ripercorrendo il proprio passato - parlando per esempio del proprio nonno fieramente antifascista (e del ritratto dell’assassinato Matteotti introdotto in casa e qui custodito di nascosto come un santino proibito), e del proprio padre costretto invece a prendere la tessera per poter continuare a campare. Magnifica la prova di Marco Baliani, non tanto attore questa volta quanto sobrio e convinto porgitore delle inquietudini e della tormentata rettitudine di una coscienza nelle cui pieghe sa calarsi con severa partecipazione. Un’ora o poco più, tensione ininterrotta e massima adesione da parte del pubblico.
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