Teatro
 


Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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"Pagine corsare"
Teatro

Celestini e Ventriglia,
in scena nel segno di Pasolini
Gerardo Guccini
Liberazione, 25 maggio 2006

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Pasolini. lo abbiamo cercato nei luoghi, nei sogni. Non ci interessava dire, ma mostrare. Non cercavamo la soluzione logica, ma il mistero: nelle vesti di un quesito da sciogliere che può essere soltanto attraversato, vissuto. E raccontare il mistero, cercarlo nei sogni è un po' come penetrarlo in punta di piedi, comprenderlo senza svelarlo. [Gaetano Ventriglia]
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Un testo importante per capire meglio il teatro di Ascanio Celestini e Gaetano Ventriglia. Stiamo parlando del libro Cicoria (Titivillus edizioni, pp. 211, euro 14,00), curato da Simone Soriani, ricercatore all’Università di Pisa, al cui interno è pubblicato il testo omonimo dei due noti attori e autori teatrali. Nel libro diversi contributi critici di vari autori, tra cui quello di Gerardo Guccini, docente al Dams, dal titolo “... Della stessa materia della vita... ”. Ne pubblichiamo alcuni stralci.

Nel 1998, il Teatro del Montevaso produce Cicoria. In fondo al mondo, Pasolini interpretato e composto da Celestini e Ventriglia. Lo spettacolo, da un lato, intreccia le linee di ricerca dei due attori (attenta al sostrato antropologico della narrazione quella di Celestini, impegnata nella costruzione d’un personaggio autobiografico quella di Ventriglia), dall’altro traspone metaforicamente il rapporto d’intesa che si era venuto a stabilire fra di loro. 

La vicenda consiste nel viaggio da Foggia verso Roma dei due Cicoria: il padre, già morto, accompagna con racconti grotteschi e divertenti la morte del figlio, che, pur stando al gioco e ridendo col padre, introduce atmosfere inquietanti fra realtà e sogno.

Probabilmente, le due zone geografiche sono state “messe in dramma” per inserire i racconti conviviali dei due attori sui loro paesi d’origine: epici e picareschi quelli di Celestini («la festa romana di S. Giovanni coi “callaroni” pieni di lumache e i ragazzini che succhiano»), nostalgici e straziati quelli di Ventriglia («la periferia di Foggia, con i campi di rucola e le ultime tracce del mondo contadino»). 

Il rapporto parentale discende dalla coppia Totò-Ninetto Davoli nel film Uccellacci e uccellini, una delle opere utilizzate nella composizione dello spettacolo. Mi sembra plausibile che la centralità tematica del trapasso, derivi in parte del dialogo trasporto da Uccellacci e uccellini, dialogo in cui Totò e Ninetto si chiedono «come si fa a morire», in parte dalla sensibilità di Celestini, che tende a concepire la scena come capovolgimento del mondo dei vivi e risarcimento rituale dell’assenza.

La direzione del viaggio riflette invece un’idea di Ventriglia, che ha dichiarato in una recente intervista: «Il viaggio del figlio da Foggia verso Roma, dove troverà la morte, è un po’ come la storia di Pasolini, che in quella stessa città andrà incontro ad identico destino». La composizione di Cicoria non si svolge secondo un progetto drammatico precedentemente definito, ma viene condotta direttamente sullo spazio scenico, dove Celestini e Ventriglia provano e montano “pezzi” performativi, che risultano dai loro personali percorsi di ricerca e, probabilmente, riprendono in parte le storie scambiate parlando fino a notte fonda. 

Sulla base del testo edito è ora possibile spartire le scene dello spettacolo in alcuni raggruppamenti principali. Ci sono i riferimenti drammatici, che riguardano, in sostanza, il viaggio verso Roma, il ruolo psicopompo di Cicoria padre, la morte di Cicoria figlio e, più generalmente, le interazioni fra i due. Ci sono le citazioni da Pasolini, gli ampi racconti popolari di Celestini e i monologhi detti da Ventriglia in un duro dialetto foggiano, che smargina i confini fra psiche, realtà e poesia. 

Le connessioni che attraversano i diversi raggruppamenti performatici stabiliscono progressioni e rimandi, senza però risolversi in una “liason des scènes” che progetti lo svolgimento drammatico dall’inizio alla fine. Cicoria cresce in modo non preordinato, a spizzico, aggregando “pezzi” e frammenti scenici fino a comporre zone di spettacolo, alle quali, in progressione di tempo, altre se ne aggiungono completando l’insieme.

Lavorando a Cicoria, i due attori si spartiscono la concezione delle rispettive parti. Quella di Ventriglia risulta più lirica, onirica e psichicamente frastagliata; quella di Ascanio, più popolare e caratterizzata, ancora una volta, dal narrare. La storia (semplicissima non lineare) contribuisce a rendere rituale, enigmatico e fiabesco quanto accade nello spazio-tempo della rappresentazione. Naturalmente ognuno parla il proprio dialetto determinando un dislivello linguistico che si riflette sulla concezione dei personaggi e della storia: il padre è romano e il figlio foggiano e, di conseguenza, il ritorno alle origini si risolve in un viaggio verso Roma.

Pasolini resta sullo sfondo, evocato ora attraverso immagini d’impronta pasoliniana (lo sfrontato adolescente di cui si parla nella scena 6) ora con frammenti di dialogo ripresi da Uccellacci e uccellini (la centrale scena 8). I Cicoria scherzano, ridono, addentano cipolle, mangiano tozzi di pane e, infine, svaniscono insieme nelle tenebre. Cicoria padre non accenna con comportamenti o allusioni alla sua condizione di trapassato; ma il fatto di essere un fantasma getta sul suo raccontare l’ombra d’una funzione arcaica, per cui il narratore, custodendo la memoria della comunità, è il libro vivente del passato: un uomo che incorpora i morti. 

Celestini, fin dai suoi esordi drammaturgici, apre il teatro alla presenza delle ombre: non le fugherà più, approfondendo via via il tema rituale dell’incontro fra vivi e i morti con una coerenza che tradisce, al di là dei toni caricati e volentieri ridenti, l’azione feconda d’un assillo. Del resto, anche il teatro di Ventriglia inscena spesso ombre e spiriti di morti.

Le prime parole di Cicoria evocano le implicazioni olfattive delle storie: queste, come organismi viventi, emanano l’odore dei mondi che contengono e che le hanno immaginate. A percepirle con tanta precisione e ricchezza di dettagli sensori è, però, un fantasma che ricorda le parole di un altro morto, suo nonno: «Quando mio nonno cominciava a raccontare una storia diceva sempre così: “Senti che odore. Questa è una storia che viene dal mare...”, oppure diceva: “Senti, senti che odore questa, questa è una storia che viene dalla montagna”.»

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Cicoria. In fondo al mondo, Pasolini è uno spettacolo che Ascanio Celestini e Gaetano Ventriglia hanno scritto e messo in scena tra il 1998 ed il 2000. Un lavoro che ha segnato la genesi dei percorsi artistici di entrambi gli autori-attori e, dopo gli anni della formazione e dell’apprendistato, l’inizio delle rispettive carriere. Poi, negli anni successivi, Celestini e Ventriglia avrebbero seguito la propria strada che, da una parte, avrebbe portato Ascanio ad essere uno dei più conosciuti ed apprezzati autori-attori del teatro italiano contemporaneo; dall’altra, Gaetano ad approfondire una personalissima poetica ed a ritagliarsi un proprio spazio nell’ambito della ricerca teatrale. Due esiti diversi, come differenti sono i loro universi drammaturgici e performativi – l’affabulatore ed il sognatore.

Ascanio Celestini nasce a Roma nel 1972. Attore, autore teatrale, mascheraio, scrittore, è considerato all'unanimità uno dei più validi esponenti contemporanei del teatro della memoria. Dopo aver mosso i primi passi come attore all'inzio degli anni Novanta, prosegue la propria esperienza formativa con il Teatro Agricolo "O del Montevaso" di Livorno e con il gruppo "Canti dell'Agresta" di Roma. Debutta come autore nel 1998, con lo spettacolo "Cicoria", che scrive e interpreta insieme a Gaetano Ventriglia. 
La pièce, che vede Celestini come protagonista di un ruolo poetico e drammatico insieme, racconta del lungo viaggio che un padre e un figlio intraprendono da Foggia a Roma, richiamando personaggi e atmosfere pasoliniane un clima di dolente e delicata metafora di affanno del vivere. Per Ascanio Celestini "Cicoria" rappresenta la chiave di volta della propria esperienza professionale, il momento del passaggio ad una produzione artistica realmente matura e adulta. Nello spettacolo si intravede già, seppure in forma ancora embrionale, ogni promessa del lavoro futuro dell'artista. Fra il 1999 e il 2001 lavora alla composizione della trilogia "Milleuno" ("Baccala, il racconto dell'acqua", "Vita Morte e Miracoli", "La Fine del Mondo"), in cui la narrazione si riallaccia alla tradizione orale più classica, affidandosi anche alla partecipazione di musicisti che accompagnano e sottolineano il ritmo del racconto sul palco. Nel 2000 porta in scena "Radio Clandestina", ispirato al testo di Alessandro Portelli "L'ordine è già stato eseguito", sull'eccidio delle Fosse Ardeatine. Nel 2002 lavora a "Cecafumo" - raccolta di fiabe popolari italiane destrutturate e rimontate - e, nello stesso anno, scrive e interpreta lo spettacolo "Fabbrica", una rievocazione in forma epistolare della vita operaia attraverso i racconti di tre diverse generazioni. Nel 2004 presenta alla Biennale di Venezia "Scemo di guerra. 4 giugno 1944", in cui si ispira ai ricordi d'infanzia del padre per rievocare le vicende della seconda guerra mondiale attraverso lo sguardo ironico e fantasioso di un bambino nei giorni dell'ingresso degli americani a Roma. Lo spettacolo raccoglie eclatanti consensi di pubblico e di critica, e riceve il premio UBU 2005 come nuovo testo italiano. Nel 2005, dopo tre anni di lavoro e di ricerca, allestisce e interpreta "La Pecora Nera. Elogio funebre del manicomio elettrico", incentrato sull'istituzione del manicomio e sulle declinazioni della follia comune nella moderna società dei consumi.
A metà del 2006 ha presentato al Piccolo Teatro di Milano il suo ultimo lavoro, "Live. Appunti per un film sulla lotta di classe", che sarà in tournée in varie città d'Italia dall'inizio della prossima stagione.

 


Celestini e Ventriglia, in scena nel segno di Pasolini, di Gerardo Guccini
 

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