Pier Paolo Pasolini
Il teatro
Il Friuli
di Pier Paolo Pasolini
Questo documentario
sul Friuli, ricco di suoni dialettali e di atmosfere paesane, è
una pagina bellissima che fu inserita in uno dei più interessanti
"Viaggi in Italia" della radio degli anni Cinquanta. Il testo è
inserito in Pagine corsare per gentile concessione delle Teche Rai,
che ha anche concesso la pubblicazione di una bellissima fotografia
di Pier Paolo Pasolini con la madre
.
R.A.I.
RADIO ITALIANA
SERVIZIO PROSA RIVISTA E
VARIETÀ
mercoledì, 8 aprile 1953
.
Il Friuli
di Pier Paolo Pasolini
.
AVVERTENZA: SI RACCOMANDA ALLA
CORTESIA DEGLI ATTORI LA PERFETTA CONSERVAZIONE DEL TESTO E LA SUA RESTITUZIONE.
ARCHIVIO COPIONI N°...
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UN FISCHIO IN SECONDO
PIANO DI TRENO A VAPORE E RUMORE DI RUOTE SUBITO SFUMATO
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NARRATORE
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| Chi parte da Venezia, dopo un viaggio
di due ore (se prende l’accelerato, magari quello del sabato sera, pieno
di studenti e di operai) giunge al limite del Veneto e, per dissolvenza,
entra nel Friuli. Il paesaggio non sembra mutare, ma se il viaggiatore
è sottile, qualcosa annusa nell’aria. E’ cessata sulla Livenza la
campagna dipinta da Palma e il Vecchio e da Cima. Le montagne si sono scostate,
a nord, con vene di ghiaioni e nero di boschi appena percettibile contro
il gran velame; e il primo Friuli è tutto pianura e cielo. Poi si
infittiscono le rogge, le file dei gelsi, i boschetti di sambichi, le saggine,
lungo le prodaie. I casolari si fanno meno rosei, sui cortili spazzati
come per una festa, coi fienili tra le cui colonne il fieno si gonfia duro
e immoto. Ma è specialmente l’odore - che fiotta dentro lo scompartimento
svuotato - a essere diverso. Odore di terra romanza, di area marginale.
Sulla dolcezza dell’Italia moderna c’è come il rigido, fresco riflesso
di un’Italia alpestre del sapore neoplatino ancora stupendamente recente. |
RUMORE DI TRENO A VAPORE ACCELERATO,
POI
VOCI VARIE SUBITO SFUMATE
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| Il vecchio poetico accelerato tocca
così SACILE, con la sua misteriosa Livenza; e subito dopo Pordenone,
bruno tra i verdi tenerelli del Noncello, e poi la Medusa, e poi Casarsa,
e il Tagliamento. Incrociandosi con questo torrente gigantesco la ferrovia,
che corrisponde poi alla linea delle Risorgive, taglia il Friuli in quattro
settori. Qui, dove ora l’accelerato si ferma tra malinconiche falegnamerie
a CODROIPO, è la prima occasione (e laggiù contro il cristallo
dei monti non si rileva la macchia verde dell’ottocentesca Osoppo?) per
restaurare nell’immaginazione un paesaggio friulano antico, o antiquato,
estraneo comunque alla violenta vivezza con cui ora si para davanti agli
occhi. Son questi infatti i luoghi del conte ERMES DI COLLOREDO. E vediamolo
subito, questo squarcio di paese, attraverso la sua prosa strapaesana e
barocca. E’ un pezzo de la “SECCAGINE” scritto nel L675 o giù di
lì. |
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VOCE CONTE ERMES
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| (NON LETTO MA RECITATO) “Lu vert dal
ciamp, speranze dal recolt al sfadiàt vilàn puarte mestizie...
Il verde del campo, speranza del raccolto, all’affaticato villano porta
tristezza, il grano per malato d’ittierizia tanto è giallo, malgrado
il concime. Mal nutrito di tristo fieno, risparmiato dal freddo, secco
e sfinito il bove torna dal gregge, e una torbida bevanda accresce anzichè
ristorare la sua sete. Il Feltrino sbattendo gli zoccoli di legno conduce
il gregge mezzo morto piangendo al prato ma subito stomacato dall’arso
alimento non mangia, si distende e sta senza far nulla. Il pesce nella
mia peschiera è appiattito sotto l’indurito suo liquido elemento:
il ghiaccio forma una lastra al monumento e lì sotto tutto è
morto e frantumato. Come l’uomo, se è ferito mortalmente, il suo
sangue si ritira tutto nel cuore, così il rigagnolo che scaturiva
fuori si è raccolto sotto la crosta della terra. L’orgoglioso e
terribile Tagliamento che torbido porta via monte e piano, si fa oggi se
soffia tramontana d’acqua no, ma di fumo un gran torrente”. |
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NARRATORE 1
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| Certo che il Colloredo vede queste
distese di magre campagne sotto la specie del latifondo, e i villani appaiono
nella sua poesia con le facce astute e bitorzolute dei devoti delle pale
d’altare; però quelli ch’erano per lui i dati essenziali di questo
paesaggio, lo restano anche per noi. |
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NARRATORE 2
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| Lasciata alle spalle l’enorme piattaforma
di Campoformido, siamo giunti a Udine; trasferendoci dalla campagna alla
città, dal popolo alla borghesia. E Pietro Zorutti (1792-1867) è
appunto un poeta piccolo-borghese che vede il paesaggio con lo spirito
della scampagnata domenicale: il Romanticismo giunto in provincia in seno
agli Asburgo, si è fatto sano. E per tutta la vita il buon
Zorutti empie i suoi calendari, che ancora deliziano con loro presupposto
di salute morale e di allegria paesana i lettori che qui non mancano, e
cercano soprattutto nella poesia una modesta sublimazione del buon senso.
Ma quale sforzo d’immaginazione occorre per vedere tra i versi di SIOR
PIERI una “veduta” della sua Udine romantica e risorgimentale: ne compare
solo qualche indefinita inquadratura di quella periferia non industriale
che noi non riusciamo più a concepire. |
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NARRATORE 1
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| Ma ci soddisferà la malinconia
un po’ invernale di quel grosso paese-capoluogo che è Udine, la
cui dignità municipale campeggia nei nobili bianchi e grigi di Piazza
Vittorio: luogo dicare memorie per chi ha combattuto nella grande Guerra.
E lo testimonia l’impeto originario con cui viene riprodotto il Friulibellico,
quello del ‘17, nelle pagine di “Kobilek” di un Soffici già irrobustito
dal suo ritorno agli ordini umani, ma ancora felicemente vociano;
e le pagine sulla ritirata dei Betocchi, fino ai versi “grigioverdi” di
Giorgio Caproni, dedicati però a un’Udine su cui già incombe
l’orrenda ombra del Litorale adriatico: Udine come ritorna per te col grigioverde
e il sole Dove si perde la mia memoria, torna dell’erba la brace verde
al Castello - l’esangue pietra che ora al tuo sangue più leggero
somiglia... |
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MUSICA IN P.P. SUBITO SFUMA
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NARRATORE 2
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| Da Udine su verso Nord non dopo aver
dimenticato di guardare l’orizzonte collinoso di Tricesimo e Tarcento,
che i friulani hanno il non ingiustificato debole di considerare di bellezza
toscana. Ma è da queste parti che si compone il raccolto e nobile
paesaggio dei racconti della contemporanea dello ZORUTTI, ma di lui assai
più alta, la contessa CATERINA PERCOTO. |
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NARRATORE 1
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| E’ un paesaggio che recupera il mistero
romantico ma sempre impiantandosi su una salute popolana. Andiamo a Nord:
la nobile tristezza rercotiana si fa sempre più intenta, desolata
man mano che il treno di Vienna ci porta dentro le gelide Prealpi e le
Alpi. Scompare la dolcezza italica e si para ai finestrini appannati l’Italia
alpina. Il paesaggio è qui pura natura: non fa che violentare i
sensi coi massicci muraglioni di monti contorti nel cielo e negri di boschi.
Finchè nella calma valle di Tarvisio, presso il confine australe,
qualcosa si rianima, ha accenti familiari, affettuosi: è questa
una colonia di friulani venuti su dalla Bassa, dalla Carnia a lavorare
nelle miniere di Cave del Prèsil, a fare quasi FAR WEST o ROCKY
MONTAINS. Ma, alle loro voci, i monti ingobbiti e eccelsi si animano; hanno
una vita non più geologica ma friulana e quindi umana. |
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NARRATORE 2
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| Ma se, partiti da Udine, verso Nord,
anzichè proseguire, sino al confine, dove col Friuli cessa l’Italia,
fossimo scesi alla Stazione per la Carnia, e avessimo aspettato il trenino
che si interna verso quelle terre, fin da quaggiù visibilmente grige
di povertà, nella loro solitudine odorante di ciclamini scottanti
dal sole? O che tra faggi e abeti erma si u campi smeraldini la fredda
ombra si stampi al sole del mattin puro e leggero, o che foscheggi immobile
nel giorno morente su le sparse ville intorno a la chiesa che prega o al
cimitero che tace, o noci de la Carnia, addio! Erra tra i nostri rami il
pensier mio sognando l’ombre d’un tempo che fu... |
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NARRATORE 2
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| Ah, non è per nulla che in
questi versi carducciani si conclama la gloria comunale; qui il tempo si
è fermato, come la lingua, a una sua frase arcaica: e che sapore
purissimo di dignità. E ciò che a noi appare desolato, solenne,
semplice, non poteva non essere amato dal Carducci, anche se a lui portato
da un estro magnanimo, ma insieme libresco. Del resto, questo paesaggio
carniello che a lui deve la sua celebrità, e la sua immagine ufficiale,
acquistava anche in lui toni assai più domestici e realistici; e
allora s’intende che ci riferiamo al Carducci delle lettere, al grande
Carducci delle lettere, quello così moderno e gioioso e libero,
che il De Robertis, squisitamente ama. Leggiamone una, di queste lettere,
scritta il 7 agosto 1885 alla moglie; il Carducci ci racconta con abbandono
quasi di ragazzo di una gita fatta nella valle di Incaroio: “un viaggio
di 30 miglia, tutto a piedi, e per quali vie!” |
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VOCE DI CARDUCCI
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| La gita aveva toccato prima Paluzza,
poi aveva puntato sul Treppo; dopo Treppo, il Durone, con una salita tremenda,
e la discesa peggio che la salita, giù per balzi che erano poi torrenti
secchi; tra sassi, sotto il sole: arrivammo a Paularo verso mezzogiorno.
Risolvei e affermai di non voler andare più avanti; di rimanere
la notte lì. Cominciai a bere acqua con vino bianco...” “Il vino
fu abbondante, del barolo squisito, e per di più un risotto con
due pollastri regalati dal parroco. Sì che il viaggio baldanzosamente
riprese. Con quel barolo in corpo fui il primo a dire di ripigliare il
viaggio. Per un pezzo, strada bellissima, regione incantevole, fiumi, torrenti,
boschi di abeti e di larici, rupi, cascate, villaggi sparsi quà
e là, ma col buio, incominciò il brutto. Bisognava far via
per un sentiero, che orlava, per dir così, un precipizio verde e
orribilmente
bello, ma pericolosissimo, a pendio sul Chiarsò, fiume che rumoreggiava
in fondo. Ed era buio. E il sentiero andava a zig-zag, e c’erano gradinate
selvagge di macigni che erano una bellezza. Io andavo avanti a tentoni
reggendomi ad una pertica che due giovani, uno innanzi e uno dietro a me,
tenevamo per mano. E durò un’ora. Un altro faceva lume bruciando
dei giornali”. |
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MUSICA BREVE IN P.P., TRENO
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NARRATORE 1
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| Dicevamo in principio che la ferrovia,
incrociandosi col Tagliamento, divide il Friuli in quattro settori: ma
l’ascoltatore avrà osservato che siamo restati costantemente ai
finestrini che davano a settentrione, verso la montagna. E se invece ci
fossimo trovati nel corridoio? Oh, certo, il paese lì vicino, sotto
la verde scarpata, non sarebbe apparso molto diverso. Da quando intorno
al Scile d’odore linguistico si fa quello ladino, e le cose si tramutano
in poetici nomi dai plurali sigmatici - le foglie in fueis le rogge
in rois, le sorgenti in resultivis - lo stesso umile e alto,
silenzio contadino, con l’intimo odore asprodolce, pasquale, accompagna
il viaggiatore. solo che in fondo, invece dell’ombra della montagna, l’orizzonte
si sprofonda in un biancore che pare risucchiarlo nel vuoto. E’ il vecchio,
smunto Adriatico. E’ il Sud, Venezia, l’altra storia, la vita non comunale
ma nazionale.... |
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NARRATORE 1
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| Ma allora, se avessimo voluto sentire
meglio questi luoghi, non ci sarebbe convenuto prendere l’altro treno,
ugualmente poetico, e appassionante, quello che da Venezia porta a Trieste?
Saremmo così passati proprio nel cuore della Bassa Friulana, per
Portogruaro, Latisana.... rasente Teglio, Coroovado, la fonte di Venchiaredo:
per i luoghi di Nievo, insomma. Che sono, quanto a equivalenza poetica,
i più alti del paesaggio friulano: dal castello di Fratta, inciso,
fluente zeppo, ferito da un tratteggio meticoloso e violento di bulino
alle larghe vedute lagunari, cariche di spumosa e spianata malinconia.
Il Nievo non poteva esistere che qui, in questo Friuli non troppo Friuli,
volto alla nazione attraverso le grandi campagne illegiadrite dalla chiara
civiltà adriatica. Piuttosto che dalle assai note “Confessioni”
preferiamo trascegliere da “Il conte pecoraio”: è una visione prealpina
della notte dell’Epifania. |
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VOCE
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| Anche le colline di Torlano si erano
vestite di bianco, come costumano le giovinette nel furor dell’estate,
e su esse incombevano canute le montagne, e solcate di profonde rughe la
fronte, come madri severe. Tuttavia la notte sopraggiungeva a burlare sia
le une che le altre; nell’ombra della quale esse si smarrivano a poco a
poco, prendendo una sola sembianza; un solo colore di buio. Già
le stelle folleggiavano per il cielo nel silenzio della luna, e si scoloriva
ad occidente l’ultimo barlume del crepuscolo, quando cominciò sopra
un dosso a destarsi una fiamma, cui rispose da un poggio il rosseggiare
di un’altra, e una terza s’avviò sulla costa, e una quarta e una
quinta divamparono via via di greppo in greppo, finchè non fu vetta
di colle o ripiano di montagna, sul quale non ardesse un bel fuoco: proprio
come nei quadri del mistero della Pentecoste dove non c’è Apostolo
cui non sorvoli sul capo la divina fiammella. |
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NARRATORE 2
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| Ma il paesaggio friulana del novecento,
almeno fino all’inizio dell’ultima guerra, è soprattutto pescoliano:
intendiamo dire di quel particolare pascolianesimo che è dei poeti
dialettali. |
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NARRATORE 1
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| Ercole Carletti, sta a rappresentare
con la sua canuta, inquieta figura quello che potrebbe essere il tipo della
civiltà di lassù, un tipo che sulla passione italiana inoculi
un moralismo, diremmo, centro europeo. Leggiamo, tradotto questo paesaggio
veduto in sogno, da “L’insiùm”. |
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DICITORE
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| “Ai fat, Nusse, stegnòt un
bièl insiùm... “Ho fatto, Nuccia, stanotte un bel sogno.
Mi sembrava, dove?... Laggiù, lontano, lontano che si stava
insieme: e sull’orlo di un fiume si camminava tenendoci come bambini per
mano. Si andava via tenendoci per mano, perduti, soli: la primavera luccicava
e odorava: l’acqua passava facendo specchio ai pioppi, ai cespugli fioriti,
ai salici della riva. Sotto voce provavamo qualche canto: “montagnette”,
oppure “tu stella” oppure ancora “non posso dimenticarti”; e intanto ci
dava il tempo, col battere, il nostro cuore: col battere doppio! E da per
tutto, che quiete, che sereno! E le scarpette rigate di rose, sul verde
novello... Sopra una boschina delle allodole estrose gorgheggiavano..” |
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NARRATORE 2
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| In Ergeo, in Carletti e specialmente
in Biagio Marisi, è un germe, ma puramente in germe, che bisogna
presupporre tutta un’altra educazione e un altro mondo, la più recente
interpretazione del paesaggio friulano, quella della scuola poetica casarsese.
Che geograficamente è assai più vicina ai luoghi del Nievo.
E’ lì, la patria dei felibri friulani, la terra delle prodezze
infantili, dove le perpendicolari del Tagliamento e delle risorgive si
incontrano, a metà strada tra i monti e il mare. E’ una pianura
difficile a capirsi: di una bellezza così pura da farsi quasi astratta,
intellettuale. I teneri boschi cedui lungo le rogge, filamentosi e rossi
come il rubino, in inverno, caldi e sontuosi, d’estate, zeppi d’uccelli
e quieti come piccoli santuari.... Le file purissime di gelsi che rimpiccioliscono
verso i pianelli opposti, verso altre rogge, penetrando con lucida prospettiva
dentro la pianura pedemontana, sempre spalancata contro un cielo nettissimo. |
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NARRATORE 1
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| I Boschetti rugginosi, casolari, dai
muri di sassi neri e inazzurrati dal solfato, riquadri di pareti gialle
di fienili, strade di terra battuta bianca, in dolce curva, come in una
tela del più puro Corot. E poi i paesi, i primi paesi della Bassa
e i primi dell’Alta; allegri aperti e un po’ plebei, quelli, plumbei aristocratici,
già corsi da un secco odore alpestre questi. La loro vita finisce
con l’or di notte e ricomincia, prima che nasca il sole, col mattutino.
E’ una mattina prestissimo, ancora quasi buio, mentre rintoccano le prime
campane: “Sento campane d’oro”, di Domenico Naldini: “Cento campane d’oro
sono nell’aria, a mescolarsi con l’alba. Nel vetro agghiacciante il cielo
era un fiore d’incenso. San Giovanni, Orcenico, Calvasone, cento campane
d’oro sono nell’aria”. |
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DICITORE
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| Sent ciampania di oru a son pa’ l’aria,
a insembrassi cu l’alba. Tal veri inglassaà il sèil al era
un flòur di insèns. San Zuàn, Dursinìns, Valvasòn,
Sent ciampania di oru a son pa’ l’aria. |
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NARRATORE 1
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| O ecco una mattinata di domenica,
a Navaròna, sui primi gioghi delle Prealpi, nei versi di Novella
Cantarutti: “Gusto d’esser viva”: “Gusto d’esser viva nel giorno che sbatte
le ali. La nebbiolina si dissolve sbiancata a filo dei prati. Gusto d’esser
viva sulla strada che conduce a Messa, sotto gli alberi, fra le ombre bagnate
dalla luce”. |
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DICITORE
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| Gust da essi viva ta la dì
Ch’a discrosa li’ ali’ La caliga ‘ a si distrùt sblanciada avuà
dai praz. Gust da essi viva pa la strada ch’ a mena a Messa, sot i lens,
pa li ombreni’ bagnadì di lusòur. |
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NARRATORE 1
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| O, dell’estensore di questo scritto,
una sera che cade intorno a Casarsa: “Il fanciullo morto”; “Sera luminosa,
sul fosso cresce l’acqua, una donna incinta cammina per il campo. Io ti
ricordo, Narciso, tu avevi il colore della sera, quando le campane suonano
a morto”. |
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DICITORE
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| Sera Imbarlumida, tal fossàl
a cres l’aga, na femina plena a ciamina pal ciamp. Jo i ti recuardi, Narcis,
ti vevis il colòur de la sera, quand li ciampanis e sunin di muàrt. |
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MUSICA LENTA: QUINDI BREVE SOTTOFONDO
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NARRATORE 2
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| Ma non è per ipocrisia, se
concludiamo queste rapide proiezioni del paesaggio friulano attraverso
le sue fasi letterarie, con delle vedute popolari. E, intanto, diciamo
subito, che non si tratta di equivalenti in poesia di un’arte popolare
da iconografia o da ex voto. La cosa è molto più poetica.
Si tratta della più alta, perfetta traduzione in termini linguistici
dei dati del paesaggio: ma in modo indiretto, per una assoluta convivenza
e coesistenza del popolo che canta con il paese in cui canta. E diamo atto
della “salute”, della “lavoriosità”, della “religiosità”,
che sono gli attributi riferiti per convenzione lassù, nelle riunioni
e nei simposi regionalistici, al popolo: tuttavia quelle che ci importano
sono una salute e una religiosità ben più interiori e poetiche:
sconfinanti, dentro, con doti popolari sconosciute al folclore o alla demopsicologia.
Benchè, di geografico, o meglio, tipografico, non ci siano che dei
nomi, dove meglio che in questa villotta si può sentire il sapore
nudo e povero e solare della Carnia in un giorno di sagra? “Sulle roccie
di Collina, sui monti di Rigolato, ho trovato la mia ragazza con rastrello
attorcigliato.... Oh che buona l’acqua fresca di Ludaria e Rigolato: voglio
prenderne un bottaccino e portarlo a Cividale”. |
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DICITORE
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| Su li cretia di Culino su lis monz
di Rigulat ài ciatàt la me muroso cul- ris-cel intortolàt.
Joi: che buino l’ago fres-cio di Ludario e Rigulàt: ‘ i voi toli
una butacio e puartalo a Cividàt. O la tenerezza della notte in
un borgo raccolto sotto i monti con le ultime voci sgolate tra gli orti,
in questa villotta antichissima, raccolta a Gemona? “Io ti amavo da piccolina,
quando avevi un sette otto anni, e adesso che ne hai sedici, ti amo più
che mai. Ma sei sola, o benedetta, se sola a far l’amor? Ah, no, no, che
non sono sola, c’è la mamma, e con il lume”. |
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DICITORE
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| E jo i ti amavi di picinine quan che
tu aevis un siet vot àins. E ma cumò che tu ‘no às
sèdis io ‘ o ti ami plui che mai. Ma sestu sole, o benedete, ma
sestu sole a fa l’amòr? E po no, no ch’i non soi sole, a jè
la mame e cullusòr. |
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NARRATORE 1
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| O la desolata luminaria dell’alba
che si stampa, d’or, sui pendii e i villaggi raggelati in questa che è
una delle villotte che più risuonano nelle osterie domenicali? “Sulla
più alta cima si alza buonora il sole, ma questa non è l’ora
di abbandonar l’amore”. |
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DICITORE
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| Su la plui alte cime al jeve il soreli
a buin’ ore: ma cheste no jè l’ore di bandonà l’amòr.
A centinaia si contano questi brevi canti: il momento in cui la fisionomia
umana fa poeticamente parte del paesaggio. In cui le ragazze splendidamente
bianche della Bassa, o le “puemis” dalle guancie di ciliegia della Carnia;
i giovanotti mori - alpini ancora inerbi che scrivono sui muri dei casolari
o della chiesa “Alpìn jò, mame” o “Viva il ‘33, la clase
inemorata” o i giovani “montagnari” con gli allegri calzoni di velluto,
rivivono in una vita completa, nel cui sentimento profondo, musicale, essi
sono una cosa sola coi monti o i campi dove vivono. Natura geografica tradotta
in natura umana, il FRIULI più perfetto è nei canti del popolo
friulano. |
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Bibliografia
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