.
2.4 Medea
Medea, film girato
tra il 1969 e il 1970, rappresenta il punto d’arrivo dell’itinerario pasoliniano
nell’atemporalità del mito. Approdo simbolico di un’incessante esplorazione
volta a riscoprire e reintegrare, nell’idea di un diverso progresso da
contrapporre allo sviluppo del neocapitalismo [119],
l’eredità di un “altrove” arcaico. Di questa eredità, in
particolare, Pasolini cerca di recuperare il sentimento del sacro, ormai
estintosi nella società contemporanea. Secondo Giuseppe Conti Calabrese,
l’inquietudine maggiore
di Pasolini, quella che sembra definirne l’attività poetica e intellettuale,
e lo spinge a denunciare l’intollerabilità del presente, è
sempre la stessa: come reinterrogare il sacro al fine di sapersi mantenere
nell’ascolto della sua chiamata e farla risuonare ancora nel mondo [120].
Il sentimento del sacro non
è disgiunto da una poetica che esalta la barbarie di ciò
che è primitivo, irrazionale, immediato, viscerale. «La
parola barbarie – lo confesso – è la parola al mondo che amo di
più» [121].
L’amore e il gusto arcaico
di Pasolini per la barbarie sono dettati dalla logica della sua etica:
[…] la barbarie
è lo stato che precede la civiltà, la nostra civiltà:
quella del buon senso, della previdenza, del senso del futuro. Capisco
che ciò possa sembrare irrazionale e persino decadente. […] È
semplicemente l’espressione di un rifiuto, dell’angoscia dinanzi alla vera
decadenza generata dal binomio Ragione-pragma, divinità bifronte
della borghesia [122].
Con Medea, inoltre, trova compiuta
rappresentazione quella «sfiducia nel logos» [123]
che, per fasi successive, ha sempre più orientato le modalità
espressive di Pasolini in una direzione non verbale, volta a contestare
l’asfittico razionalismo pseudoilluminista della società borghese.
Al mondo di Giasone, dominato
dalla parola e dalla razionalità, Pasolini contrappone quello barbarico
di Medea in cui la comunicazione è affidata soprattutto al gesto
e al rito. L’esaltazione della sacralità della comunicazione arcaica
non comporta tuttavia l’abbandono tout court dei valori della razionalità.
Infatti, ciò che Pasolini contesta è soltanto il cinico pragmatismo
di quanti pretendono di rimuovere dall’ambito dell’esperienza umana fenomeni
imprescindibili.
Rispondendo su «Vie
Nuove» alle domande di un lettore, Pasolini ha modo di esprimere
compiutamente, senza risparmiare una critica al marxismo ortodosso, le
proprie considerazioni in merito al tema dell’irrazionalità.
[…] esiste una irrazionalità
categorica, nell’uomo […] la quale si evolve storicamente, assume vari
atteggiamenti, vari aspetti a seconda della società in cui l’individuo
– suo depositario – opera [124].
Proseguendo nella spiegazione,
Pasolini fa riferimento all’Orestiade eschilea per chiarire come,
all’intervento razionale di Atena, si debba accompagnare la trasformazione
delle Erinni in Eumenidi, cioè la sublimazione dell’elemento irrazionale.
Il contenuto dell’Orestiade
è essenzialmente politico: il sostituirsi di uno stato democratico
– sia pure rozzamente democratico – a uno stato tirannico e arcaico. Il
culmine della trilogia è il momento in cui la dea Atena (la Ragione:
nata dalla mente del padre: priva cioè dell’esperienza uterina,
materna, irrazionale) istituisce l’assemblea dei cittadini che giudicano
col diritto di voto. Ma la tragedia non finisce qui. Dopo l’intervento
razionale di Atena, le Erinni – forze scatenate, arcaiche, istintive, della
natura – sopravvivono: e sono dee, sono immortali. Non si possono eliminare,
non si possono uccidere. Si devono trasformare, lasciando intatta la loro
sostanziale irrazionalità: mutarle cioè da «Maledizioni»
in «Benedizioni» [125].
È possibile cogliere
in queste parole il tentativo di superare la dialettica hegeliana, da cui
Pasolini si discosta soprattutto negli ultimi anni.
In Medea, come sarà
evidenziato nel prosieguo, il regista affida al Centauro l’esposizione
di una peculiare dialettica binaria che rifiuta ogni sintesi.
Il nucleo tematico principale
di Medea è costituito dal conflitto tra culture diverse: da un lato
il mondo arcaico ed istintuale della Colchide, dall’altro quello civile
e raziocinante dei Greci.
«L’intero
dramma poggia su questa contrapposizione di due “culture”, sull’irriducibilità
reciproca di due civiltà» [126].
Pasolini sfrutta il testo di
Euripide, già teso ad affermare la superiorità della ratio
greca sul mondo dei barbari, e ne propone una rilettura che implicitamente
offre riferimenti alla realtà storica a lui contemporanea.
La techné ellenica
è guardata con scetticismo, avvertita come l’espressione di una
volontà di dominio cinica e suggerisce un parallelo con la situazione
di sfruttamento dei paesi del Terzo Mondo da parte delle grandi potenze.
[…] potrebbe
essere benissimo la storia di un popolo del Terzo Mondo, di un popolo africano,
ad esempio, che vivesse la stessa catastrofe venendo a contatto con la
civiltà occidentale materialistica [127].
Così, anche il furto
del vello d’oro diviene il simbolo dell’imperialismo occidentale nei confronti
di popoli inermi da depredare.
2.4a Medea, un capro
espiatorio
In un’originale quanto affascinante
e convincente ricostruzione romanzesca delle vicende di Medea [128],
Christa Wolf, sulla scorta delle teorie girardiane, propone una versione
dei fatti secondo cui la barbara della Colchide sarebbe stata un capro
espiatorio della comunità di Corinto. Senza entrare nel merito di
una riscrittura che capovolge il dramma euripideo è però
importante rilevare un aspetto che anche il film di Pasolini non manca
di mettere in luce.
Anche Medea, come altri personaggi
pasoliniani, è un’esclusa. Sradicata dalla sua terra, non riesce
ad integrarsi a Corinto. Medea vive segregata in un palazzo con la sola
compagnia di alcune ancelle. Il travaglio di Medea, infatti, oltre che
di natura amorosa, deriva anche dall’incapacità degli abitanti di
Corinto di accettare la sua diversità, di integrare la cultura della
sua remota Colchide. Corinto emargina in primo luogo una donna depositaria
di un remoto sapere del corpo e della terra. Nella rappresentazione del
mito di Medea è così possibile scorgere un tratto ricorrente
nella storia dell’uomo, cioè la tendenza a fare di un individuo
“diverso” un capro espiatorio. Nel caso specifico, il rimando è
alle innumerevoli figure femminili che, in diverse epoche della storia,
sono state investite di segni negativi per destituirle di ogni autorevolezza.
Anche Medea è una strega e anche per essa, almeno nella trasposizione
pasoliniana, arde un rogo, seppure da lei stessa appiccato.
Pasolini, dunque, vede Medea
anche come un’esclusa, sovrapponendo a questo personaggio la dolorosa vicenda
personale della propria marginalizzazione. La «mentalità dell’animale
ferito, al traino della banda» [129],
è ciò che rende Pasolini particolarmente vicino alle vittime
di ogni intolleranza e così sensibile ai riflessi psicologici del
loro dramma.
[…] I più
dei miei fastidi, la maggior parte dell’odio che mi si dedica, vengono
dal fatto che sono diverso. Lo sento, questo odio, è «razziale».
È il razzismo che viene esercitato contro tutte le minoranze del
mondo [130].
Il film diviene dunque anche
un’indagine sulle forme della violenza, colte nel transito di Medea da
una civiltà arcaica ad una più avanzata. Di significativa
rilevanza in questo senso sono alcuni dialoghi del film:
ANCELLA
Dicono…
MEDEA
Che cosa dicono.
ANCELLA
Che tu, nel tuo paese, se volevi… potevi compiere prodigi… dominare l’aria,
il fuoco. Almeno così dice la gente qui a Corinto, e ha paura di
te.
MEDEA
Ha paura?
ANCELLA
Sì, come di una maga… [131]
Ancora, la percezione di Medea
come maga dai poteri nefasti è palesata dal dialogo con Creonte.
Alla domanda di Medea circa
il motivo per cui lei e i figli debbano essere esiliati così risponde
il sovrano di Corinto:
CREONTE
Perché mi fai paura. Mi fai paura – te lo dico apertamente – per
la mia figliola.
È noto a tutti in questa
città che, come barbara, venuta da una terra straniera, sei molto
esperta nei malefici. Sei diversa da tutti noi: perciò non ti vogliamo
tra noi [132].
Creonte, in realtà,
non espone a Medea i propri timori personali ma riporta il punto di vista
della cittadinanza che sospetta della diversità di barbara dell’antica
sacerdotessa della Colchide. È condensato nelle parole di questo
dialogo il processo di vittimizzazione analizzato da René Girard.
.
2.4b Il centauro: mitico
e razionale
Affrontando il mito greco
di Medea, Pasolini amplia le vicende del dramma euripideo, rappresentando
anche l’educazione di Giasone da parte del Centauro Chironte. A questi
è affidato il compito, oltre che di impartire insegnamenti al futuro
eroe, di esporre le riflessioni del regista su alcuni aspetti da lui approfonditi
attraverso l’accostamento alle ricerche di autori quali Frazer, Eliade,
Levi Bruhl.
Stabilitosi a Corinto, Giasone
ritrova, fuori dalla reggia, l’amato Centauro. Alla felicità per
l’incontro inaspettato, si accompagna in lui, quasi nel contempo, un malcelato
imbarazzo: per due volte Giasone ripete «Come mai sei qui?»
La voce fuori campo del Centauro risponde «Vuoi dire come mai siamo
qui?».
Giasone, e con esso lo spettatore
che è indotto ad adottarne il punto di vista, fino a questo momento
ha avuto di fronte a sé il Centauro nella sua forma mitica,
metà uomo e metà cavallo, ma ora si accorge di essere al
cospetto anche del Centauro razionale, in forma interamente umana. Con
una soluzione del tutto antinaturalistica, Pasolini accosta i due Centauri,
entrambi impersonati dallo stesso attore, Laurent Terzieff, in un’inquadratura
frontale tanto suggestiva quanto didascalica. Dinanzi a questa immagine,
Giasone non riesce a credere ai suoi occhi:
GIASONE
È una visione?
CENTAURO
Se lo è, sei tu che la produci. Noi due siamo infatti dentro di
te.
GIASONE
Ma io ho conosciuto un solo Centauro.
CENTAURO No!
Ne hai conosciuti due: uno sacro, quando eri bambino, uno sconsacrato,
quando sei diventato adulto. Ma ciò che è sacro si conserva
accanto alla sua nuova forma sconsacrata. Ed eccoci qua, uno accanto all’altro!
[133]
La paidéia compendiata
nelle parole del Centauro è il riflesso delle considerazioni che
Pasolini ricava a partire dall’analisi della propria storia personale.
Il regista, nel racconto dell’educazione di Giasone, descrive infatti,
indirettamente, le tappe che hanno caratterizzato la sua maturazione.
Con questo intendo dire che,
vivendo, ho realizzato una serie di superamenti, di dissacrazioni, di evoluzioni.
Quello che ero, però, prima di questi superamenti, di queste dissacrazioni,
di queste evoluzioni, non è scomparso… [134]
.
2.4c Il sacrificio
Pasolini, vorace studioso
attento alle più recenti conquiste intellettuali, è in Italia
uno dei pochi non specialisti a conoscere le maggiori opere di antropologia
del passato e della sua epoca. Così scrive, lamentando una diffusa
ignoranza in materia:
Frazer ha scritto
il suo Ramo d’oro alcune decine di anni fa; altri storici della religione,
antropologi, etnologi, in questi decenni, hanno scritto sugli stessi argomenti
del Ramo d’oro un grande numero di opere bellissime. Eppure tutto ciò
che essi hanno scoperto e detto non è ancora entrato nella coscienza
comune [135].
La rappresentazione pasoliniana
del mito greco di Medea è scandita da tre episodi che culminano
in un sacrificio.
In essi, il regista si sofferma
a descrivere gli aspetti più oscuri e occulti di quell’universo
arcaico, irrazionale, legato alla sfera del sacro, di cui la sacerdotessa
della Colchide è esemplare incarnazione.
Estendendone la struttura narrativa,
Pasolini propone una riscrittura della tragedia euripidea da un punto di
vista antropologico, che “documenta” il carattere cruento, e al tempo stesso
innocente, dell’epoca aurorale della nostra civiltà. Questo intento
traspare proprio negli episodi in cui vengono consumati dei sacrifici umani.
Le stesse parole di Pasolini rivelano come il racconto per immagini della
storia di Medea sia soltanto un punto di partenza per l’esplorazione delle
radici violente e barbariche della società:
Quanto alla pièce
di Euripide, mi sono semplicemente limitato a trarne qualche citazione.
Curiosamente, quest’opera poggia su un fondamento «teorico»,
di storia delle religioni: M. Eliade, Frazer, Lévy-Bruhl, opere
di etnologia e di antropologia moderne [136].
Nella prima parte del film,
dopo le sequenze relative all’educazione di Giasone da parte del Centauro,
Pasolini presenta la terra di Medea, la Colchide. L’ingresso in questa
terra remota e sacrale avviene per contrasto dopo le parole pronunciate
dal Centauro «non c’è nessun dio». L’ingresso è
per contrasto in quanto la remota regione della Colchide ha mantenuto una
forma di religiosità per cui nella natura tutto è sacro.
Questo universo sacrale è avvolto dal silenzio in attesa che si
compia un rito. Il cinema antropologico di Pasolini realizza una scena
impressionante in cui viene seguito da vicino la realizzazione di un sacrificio
umano officiato da Medea. La vittima designata dopo essere stata ubriacata
e spalmata di unguenti, viene uccisa per soffocamento su pali incrociati
conficcati nel terreno che ricordano una rudimentale croce e quindi smembrata
(si tratta del cosiddetto sparagmós). Ecco come viene descritta
la sequenza nella sceneggiatura:
Medea uccide con
un colpo di coltello il ragazzo scelto per il sacrificio. Poi altri sacerdoti
si gettano su quel corpo ancora caldo, e lo smembrano. I pezzi del corpo
vengono affidati a vari gruppi di giovani e ragazze, che li portano qua
e là, dove verdeggia, tra l’ocra e il rosa delle cuspidi rocciose,
la campagna, e seppelliscono gli arti sanguinanti, nella terra.
Poi intorno al fiume ci
sono canti di ringraziamento, che finiscono nel caos (in cui si adombra
il caos originario, antecedente alla creazione: vi si accennerà
a un’orgia – a una danza in cui ai vivi si mescolano promiscuamente i morti
– i morti sono uomini mascherati – e infine a una detronizzazione dei Regnanti,
che vengono ritualmente maltrattati e scherniti [137].
Nel film sarà un sacerdote
a compiere lo smembramento ma a Medea resta affidato il compito di officiare,
di presiedere il sacrificio. Si tratta di un rito di fertilità della
terra.
Questa parte è girata
con stile documentaristico per cui è possibile parlare di cinema
antropologico. Tutta la scena avviene nel silenzio, accompagnata solo da
un lamento ancestrale e dal frinire di cicale e da altri suoni naturali
che creano «suggestioni solari e l’immedesimazione panica del soggetto
nella natura» [138].
La detronizzazione della
famiglia regnante consiste in un rituale sputo in faccia. La fonte principale
di questo film, è, come disse lo stesso Pasolini, il Trattato
di storia delle religioni di Mircea Eliade [139].
In particolare Pasolini è affascinato dal discorso circa la lezione
della natura per cui il seme rinasce dopo essere stato gettato nella terra.
Insomma, citando
Mircea Eliade (Trattato di storia delle religioni, Einaudi): «Quel
che l’uomo ha visto nei cereali, quel che l’uomo ha imparato da questo
contatto, quel che l’uomo ha inteso dall’esempio dei semi, che perdono
la loro forma sottoterra, tutto questo rappresenta la lezione decisva».
La lezione, cioè, che ha determinato per circa una dozzina di millenni
la storia (e la religione) umana [140].
Secondo il punto di vista di
René Girard anche l’agricoltura avrebbe un’origine sacrificale.
Lo studioso francese ricostruisce le operazioni mentali delle comunità
primitive in maniera opposta a quella di Mircea Eliade, di cui Pasolini
sposa la lezione.
Per Eliade, e con esso per
Pasolini, è dall’osservazione del processo di morte e rinascita
in natura che l’uomo è giunto alla consapevolezza di un principio
e di una fine a cui seguono un nuovo inizio che assume le valenze di una
resurrezione. È a partire dal fenomeno vegetale, e in senso lato
della natura, che si sovrappone quello umano che comporta il senso di un
tempo ciclico.
Il ciclo agrario lega indissolubilmente
gli uomini alla terra. La sopravvivenza dell’uomo dipende dall’andamento
dei fenomeni naturali, dal rispetto delle regole che li governano. Dalla
civiltà agraria discende una religione che ne riflette il
tratto principale. La religione derivata ha un dio che muore e rinasce.
Pasolini, attento lettore del Vangelo, cita in diverse occasioni il messaggio
di Cristo per cui solo dal seme che muore nel solco può nascere
la pianta che darà frutto.
Il punto di vista di René
Girard, come sopra anticipato, è opposto e muove dal fenomeno che
avrebbe generato tutte le istituzioni umane: quello dell’assassinio spontaneo
che si realizza al culmine della crisi sacrificale di cui è preda
la comunità umana. Così Girard espone il suo punto di vista:
[…] è una
cosa che ho intuito da sempre. Che cosa è stato a dare agli esseri
umani l’idea di mettere dei semi sottoterra? Li hanno sepolti sperando
che risorgessero, come la comunità era rinata grazie al sacrificio,
e non si sbagliavano [141].
Anche Girard cita il medesimo
passo del Vangelo di Giovanni a cui fa riferimento Pasolini [142],
ravvisando come in effetti, a livello religioso – almeno in ambito cristiano
– ci sia l’indicazione di una continuità tra la sequenza di morte
e rinascita del mondo umano e di quello vegetale.
Girard, non diversamente
da Pasolini, riconosce la grandezza degli studi di Frazer, che intuisce
il collegamento tra rigenerazione e sacrificio, ma ne ravvisa un limite
nel non riuscire a comprenderne appieno la verità legata alla natura
del capro espiatorio. Secondo Girard è a partire dalla ritualizzazione
dell’assassinio originario che discende il tipo di sapere che ha portato
l’uomo a divenire cosciente dei principi che regolano processi della terra.
Comunque, per quanto
riguarda il rapporto tra riti sacrificali e agricoltura, non c’è
dubbio che molte società interpretassero in termini rituali la nascita
e la morte della vegetazione. Penso che questa sia la teoria migliore perché
fa dell’agricoltura non una semplice metafora, ma una realtà che
obbedisce agli stessi principi di nascita, morte e rigenerazione imparati
dall’uomo all’interno del cerchio rituale. Ed è straordinario pensare
al fatto che quando gli uomini cominciarono a seppellire i semi, così
come facevano con le persone nella speranza della loro resurrezione, questo
accadesse davvero, che i semi tornassero in vita moltiplicati [143].
Purtroppo non ci è dato
sapere se Pasolini avrebbe ritenuto le idee di Girard valide. A noi preme
comunque rilevare i molteplici punto di contatto tra i due che, sebbene
talvolta da prospettive opposte, convergono verso il medesimo centro di
interesse. Certo è che Pasolini sembra in qualche modo in linea
con l’impostazione di Girard quando fa dire al Centauro:
Per l’uomo antico
i miti ed i rituali sono esperienze concrete, che lo comprendono anche
nel suo esistere corporale e quotidiano. Per lui la realtà è
una unità […] perfetta […]
[…] solo chi è mitico
è realistico e solo chi è realistico è mitico [144].
Girard continua nella sua spiegazione
domandandosi quale sia stato il ragionamento che ha portato alle pratiche
di semina e quindi all’inizio della civiltà agricola.
Una semplice osservazione
“naturalistica” della vegetazione è semplicemente anacronistica,
perché i nessi causali di carattere biologico sono ovvi a noi moderni,
non certo a una mentalità primitiva. Una spiegazione in termini
puramente economici non è certo esauriente. Solo se si capisce la
forza del nesso causale fra rito e natura si riesce a comprendere la nascita
di pratiche come l’agricoltura. Ogni elemento naturale acquista senso solo
se percepito all’interno dello spazio del rito. La mentalità primitiva
pensa solo nel rito [145].
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2.4d Il rito secondo
Girard
All’interno dell’antropologia
girardiana il rito si configura come sistema preventivo della crisi mimetica
indifferenziatrice che semina violenza. È stata analizzata in precedenza
la “filogenesi” della violenza fondatrice che il mito adombra, il processo
che ha portato la comunità primitiva a ristabilire al suo interno
la pace, turbata dall’escalation delle rivalità mimetiche.
A partire dall’assassinio
originario riconciliatore, con cui la comunità si è trovata
unita spontaneamente contro un unico individuo, la cultura propriamente
umana muove i primi passi, abbandonando la socialità animale e fondandosi
sul religioso sacrificale. L’esperienza della crisi e della sua risoluzione
orienta la comunità a ripetere quel primo linciaggio spontaneo che
ha ristabilito l’ordine al suo interno.
A seguito della crisi, nella
comunità sorgono due imperativi attraverso i quali si cerca di fare
in modo di non precipitare nuovamente nel caos. Due imperativi tra loro
opposti. Da un lato ci si deve sforzare di non rifare i gesti che hanno
portato alla crisi, quindi di tenersi lontano da comportamenti che possano
sfociare in rivalità mimetiche: nascono così una serie di
divieti. Il divieto vieta preventivamente l’azione potenzialmente mimetica.
Dall’altro, invece, occorre riprodurre l’evento che ha posto fine alla
crisi, immolando vittime sacrificali in circostanze che richiamino l’evento
originario: da ciò discende il rito.
Sulla recente esperienza
della crisi e della sua risoluzione la comunità si orienta, credendosi
sempre guidata dalla vittima stessa, per consolidare la fragile tregua
di cui gode. Si vede facilmente che devono sorgere due imperativi principali:
1. Non rifare i gesti della crisi, astenersi da ogni mimetismo, da ogni
contatto con gli antagonisti di poco prima, da ogni gesto di appropriazione
nei riguardi degli oggetti che sono serviti da causa o da pretesto alla
rivalità. È l’imperativo del divieto. 2. Rifare invece
l’evento miracoloso che ha posto fine alla crisi, immolare nuove vittime
sostituite alla vittima originaria in circostanze il più possibile
simili a quelle dell’esperienza originaria.È l’imperativo del rituale
[146].
Sia divieti che rituali rientrano
nella sfera di quel sistema che mira a tenere a distanza la crisi indifferenziatrice
cercando di protrarre il più possibile la pace e l’equilibrio sociale
all’interno della comunità: il sistema religioso. Nessuna contraddizione
dunque tra divieti e riti, diverse facce della medesima luna “mimetica”.
Divieto e rito assumono quindi diverse declinazioni: culto e feste, proibizioni
e trasgressioni, tabù sessuali e orge incestuose.
Il sistema rituale può
assumere diversi aspetti: riti di passaggio, riti battesimali, prove iniziatiche,
incesti rituali, trasgressione dei tabù. Anche se in alcuni di essi
non si assiste all’uccisione di una vittima, in tutti è adombrato
il ricordo dell’esperienza conciliatrice dell’assassinio originario.
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