"Pagine
corsare"
Vita
Intervista a Giuseppe
Pelosi all‘Idroscalo di Ostia
Roma, 12 settembre 2008
Da Profondo nero, Chiarelettere
2008
Pelosi,
sono passati trentatré anni da quella notte piena di misteri, la notte
dell’uccisione di Pasolini. Lei è l’uomo che per la giustizia italiana
ha ucciso il poeta. Cosa prova a ritrovarsi oggi in questi luoghi?
Una sensazione strana. Questo
è il luogo dove ho perso metà della vita mia, Pasolini l’ha persa tutta,
ma io ne ho perso almeno metà... tra carcere e problemi... Mi hanno condannato
a nove anni, sette mesi e dieci giorni, ma poi sono tornato a delinquere
e in tutto ho fatto ventisette anni di galera. È la metà precisa della
mia vita...
Che posso dire? Qui è tutto
cambiato, hanno recintato, hanno fatto un’area protetta... È difficile
riconoscere tutti i luoghi: laggiù c’era la porta del campetto di calcio,
dove Pasolini quella notte ha parcheggiato la macchina, ma ora il campetto
non lo vedo più. Anche il monumento è cambiato. So che è stato rifatto,
prima era stato distrutto dai vandali, poi l’hanno rifatto. C’è ancora
qualche baracca, coperta dalla vegetazione, vedo che la vegetazione ha
preso il sopravvento. La sensazione è un po’ strana, è passato tanto
tempo...
Proviamo a raccontare
cose successo in questo luogo quella notte. Recentemente sono comparsi
alcuni articoli di stampa nei quali lei, Pelosi, ha fatto nuove rivelazioni.
Per esempio, ha detto alla regista Roberta Torre che quella sera del 1°
novembre 1975 non era la prima volta che incontrava Pasolini... Che vi
eravate conosciuti prima, che c’era un appuntamento tra voi... Com’e
andata veramente?
È vero. Quella sera io
e Pasolini avevamo un appuntamento al chiosco della stazione.
L’avevamo fissato una
settimana prima, questo appuntamento, quando c’eravamo visti per la prima
volta, io e lui, proprio a quel cacchio di chiosco di piazza dei Cinquecento.
Io ci andavo spesso in quel bar, ci andavo con gli amici, avevamo diciassette
anni, giravamo sempre per strada, ma non per fare marchette, noi andavamo
spesso al cinema. Ce n’erano un paio, di cinema: il Moderno e il Modernetto,
nei pressi della stazione. E noi andavamo a vedere i film, sperando sempre
che comparisse qualche donna col petto nudo. Io non ero un marchettaro,
semmai è vero che rubacchiavo, motorini, vespini, e a diciassette anni
già ero stato dentro due volte per cazzate. Una sera mi è capitato di
conoscere Pasolini in quel chiosco. Lui è sceso dalla sua bella macchina,
è entrato al bar, abbiamo scambiato quattro chiacchiere.
Che cosa vi siete detti?
Ma niente, poche parole.
Lui mi ha chiesto: «Tu vieni spesso?». E io ho risposto: «Sì, passo
di qui la sera, quando vado al cinema». Poi mi ha offerto da bere. Prima
di quella sera non l’avevo mai visto. E non sapevo nemmeno chi fosse.
Che si trattava di Pasolini me lo dissero gli amici che stavano fuori e
ci videro parlare. «Ma lo sai che quello è uno famoso? - mi dissero -
lo sai che con quello se possono fa’ ‘n sacco de soldi?»
In quel primo incontro,
che cosa è successo tra voi?
Quella sera niente, abbiamo
scambiato qualche parola. Mi offrì una cosa da bere. Poi basta.
Ma vi siete dati un appuntamento?
Ah si. Un appuntamento per
il sabato successivo, a una settimana di distanza. Per rivederci sempre
al chiosco.
Così si arriva alla sera
dell’1 novembre. Lei è tornato al chiosco...
Sì. Quella sera c’erano
pure Franco e Giuseppe Borsellino con me e gli altri amici davanti al chiosco
di piazza dei Cinquecento. E quei due stavano tramando qualcosa, qualcosa
di brutto, me ne sono accorto subito, e perciò gli ho detto chiaro che
io non volevo partecipare, non ne volevo sapere nulla. Poi arrivò Pasolini,
con la sua bella macchina, e io me ne andai con lui.
Però un testimone dice
di averla vista telefonare, nei giorni precedenti alla morte di Pasolini,
dicendo: «Se c’è da dargli un po’ de botte, ci sto». Come se lei,
prima ancora di essersi accorto quella stessa sera che i Borsellino tramavano
qualcosa di brutto, fosse d’accordo già da qualche giorno a partecipare
a un’imboscata...
Smentisco. Non c’è stata
nessuna telefonata. È falso. Io non sapevo niente.
Quindi, lei è salito
sull’auto di Pasolini, intuendo che i Borsellino tramavano qualcosa,
ma non sapendo esattamente che cosa, e soprattutto dopo essersi dissociato
apertamente dal loro progetto. Quando la macchina e la moto hanno cominciato
a seguirvi, lei si è accorto di questi movimenti?
No, assolutamente. Non ho
visto nulla, con Pasolini stavamo dentro la macchina, a parlare, non guardavo
fuori.
E parlando siete arrivati
fin qui senza accorgervi di nulla? Neppure quando vi siete fermati alla
trattoria Biondo Tevere dove lei ha cenato?
SI. Non ho visto niente.
Siamo arrivati qui senza accorgerci di niente.
E qui. all’Idroscalo, cos’è
successo?
La macchina di Pasolini
è entrata da quell’apertura, ed è arrivata fino a quel punto, dove
c’era la porta di un campetto di pallone. Pasolini ha parcheggiato proprio
lì. Era buio, sembrava deserto. Stavamo lì, dentro l’auto, abbiamo
fatto quello che ho raccontato più volte, quella cosa lì... Poi io sono
uscito dalla macchina, sono andato a urinare vicino alla rete... E in quel
momento è spuntata una macchina scura, non so se un 1300 o un 1500, e
una moto. Sono arrivate in tutto cinque persone.
E poi?
A me m’ha bloccato subito
uno con la barba, sulla quarantina, m’ha detto: «Fatti i cazzi tua,
pederasta» ho preso una bastonata e un cazzotto. Ho visto che trascinavano
Pasolini fuori dalla macchina, e lo riempivano di pugni e calci, picchiavano
forte. Gridavano, ho sentito le urla, gli dicevano: «Sporco comunista,
frocio, carogna». Ho avuto paura, mi sono allontanato nel buio. Sono tornato
quando tutto è finito.
Dunque, gli aggressori
erano cinque. Li conosceva?
Due li conoscevo. Erano
Franco e Giuseppe Borsellino. Poi c’era questo che mi ha colpito, questo
con la barba: non lo conoscevo, ma l’ho visto da vicino che aveva una
quarantina d’anni. Gli altri due non so proprio chi fossero.
Franco e Giuseppe Borsellino
sono i due fratelli catanesi, ora entrambi morti, che confidarono al maresciallo
Sansone di aver partecipato a/delitto insieme a lei e a Giuseppe Mastini.
Li conosceva bene i Borsellino?
Erano due amici miei. Con
loro ci conoscevamo da prima, da ragazzini, perché rubavamo insieme i
motorini. Siamo cresciuti insieme, tra i palazzi dell’Ina casa. Il più
piccolo dei fratelli, l’ho saputo anni dopo, era completamente drogato:
anfetamine e stimolanti. Erano due ladri di borgata, come me, ma in quel
periodo sia Franco sia Giuseppe erano diventati fascisti, so per certo
che bazzicavano la sezione del Msi al Tiburtino, andavano a fare politica.
Secondo quanto i Borsellino
confidarono al maresciallo Sansone, quella sera c’era anche Giuseppe
Mastini, detto Johnny lo Zingaro...
Johnny l’hanno sempre
messo in mezzo, ma non c’entra niente... È vero, anche lui è un vecchio
amico, era nello stesso giro, l’avrò visto una decina di volte. Faceva
pure lui la vita di ruberine, si rubacchiava, poi è stato arrestato per
omicidio, ma quella sera a Ostia non c’era.
Ma allora, perché i Borsellino
lo avrebbero coinvolto nel pestaggio di Pasolini?
Che ne so? Ma non è vero
niente. Mastini non c’entra niente. Frequentava la nostra zona, tutto
qui. Tutto nasce da una cartolina che quando ero in carcere ho scritto
ai Borsellino: Salutatemi Johnny... E da lì l’avvocato Marazzita è
partito in tromba: ecco chi ha ammazzato Pasolini... ma Johnny non c’entra.
Lo escludo categoricamente.
Durante il pestaggio di
Pasolini, lei cosa faceva?
Io mi sono allontanato,
ho preso quel cazzotto, ero terrorizzato, e mi sono nascosto nel buio,
sono tornato indietro solo quando quelli se ne sono andati via. Pasolini
stava per terra. Ho visto il corpo immobile. Mi sono spaventato, ho preso
la sua auto e sono fuggito. Ho visto che non
c’era più niente da fare
e sono scappato. Sono andato alla fontanella, mi sono sciacquato e sono
scappato con la macchina sua. Ho fatto un pezzo contromano e i carabinieri
mi hanno fermato. Mi hanno arrestato per furto d’auto.
Lei ricorda di essere
passato, fuggendo con l’auto, sul corpo di Pasolini?
Non ricordo.., adesso, qui...
la zona anche adesso è un po’ incolta.., ma quella notte qui era tutto
fango. La macchina sobbalzava, io avevo diciassette anni, ero piccoletto
ed essendo una macchina bassa, un Gt, io praticamente non vedevo nulla,
solo un pezzetto del vetro. Ancora oggi non so nemmeno se sono stato io
a schiacciarlo sotto le ruote, o se l’avevano schiacciato prima quegli
altri con la loro macchina. La zona era piena di buche, con acqua e fango,
e poi ero confuso, non capivo niente, ricordo solo che scappavo su quell’Alfetta,
col sedile basso, che neppure arrivavo a vedere attraverso il parabrezza,
non vedevo niente, correvo e pensavo solo a scappare.
Accanto al corpo di Pasolini
fu trovato il suo anello, con la pietra rossa e la scritta «United States
Army». Negli atti giudiziari c’è scritto che lei l’avrebbe lasciato
apposta, con un gesto di grande intelligenza, per coinvolgere nel delitto
Johnny lo Zingaro, che era il vero proprietario
dell’anello...
Ma quando mai. L’anello
è mio. Me l’ha dato uno steward dell’Alitalia che abitava nel mio
cortile. Era un amico mio, ci giocavo a pallone... Lui portava questi anelli
americani, glieli pagavo 25.000 lire e li rivendevo a 50.000. Era un business.
Quell’anello mi piaceva e l’avevo tenuto per me. Lo portavo al dito
pure quella sera e deve essermi caduto...
Lei per tanti anni si
è addossato tutta la responsabilità della morte di Pasolini, negando
che vi fossero altre persone all’Idroscalo. Poi improvvisamente nel 2005
in tv, alla trasmissione Ombre sul giallo, ha rivelato la presenza di una
squadra di picchiatori, i veri assassini del poeta. Perché ha aspettato
tanto per fare queste rivelazioni?
Ho ricevuto tante minacce,
una montagna di minacce. In tutti questi anni ho pensato alla mia sicurezza,
alla sicurezza dei miei genitori. Ora mio padre e mia madre sono morti.
Non ho più nessuno. Che mi possono fare? Tutti mi hanno minacciato, pure
i froci di piazza Navona mi hanno mandato lettere di minaccia... che vonno
mai? Non c’ho niente contro i gay e manco contro le lesbiche. Ma a parte
questa storia dei froci, ci sono state minacce vere e proprie. Minacce
serie. Ora penso che quelle persone, quelli che quella notte vennero per
picchiare Pasolini, oggi saranno pure morte, e comunque c’avranno più
di settant’anni... E poi, adesso i tempi sono più maturi... penso che
la gente è cresciuta, sono passati tanti anni...
Perché l’hanno ribattezzata
Pino la Rana?
Sono stato soprannominato
la Rana perché quando sono arrivato a Regina Coeli avevo gli occhi gonfi
per le botte, avevo preso botte, m’hanno proprio menato... e così un
giornalista si è inventato questo soprannome. Il mio vero soprannome era
un altro. Mi chiamavano Pelosino, perché ero un ragazzino, e non c’avevo
un pelo di barba. Ora, invece, c’ho una barba così…
Pelosi, sono passati trentatré
anni. Oggi lei è adulto, e ha pagato il suo conto con la giustizia. Secondo
lei, cosa è successo quella sera?
Secondo me era una lezione,
una punizione, forse dovuta al partito o alla politica. Pasolini stava
sul cacchio a qualcuno. Lo massacravano e gli dicevano: «Sporco comunista,
sporco frocio».
Che cosa c’entra la
politica?
Se tu uccidi qualcuno in
questo modo, o sei pazzo o hai una motivazione forte: siccome questi assassini
sono riusciti a sfuggire alla giustizia per trent’anni, pazzi non sono
certamente... E quindi avevano una ragione, una ragione importante per
fare quello che hanno fatto. E nessuno li ha mai toccati. Perché alla
fine di questa brutta storia ho pagato solo io, che avevo solo diciassette
anni, forse perché sono il «gargio» di zona... come si dice a Roma...
il più scemo. Sono stato usato. L’ho capito troppo tardi. Ma oggi sono
pentito di essermi accollato tutto.
Perché lei si è accollato
tutto?
Me l’ha consigliato il
mio avvocato, Rocco Mangia. Mi ha detto: fai così, esci presto, sei minorenne.
Mi sono chiesto il perché, in questi mesi, più volte. Molti giornalisti
mi ci hanno fatto pensare. Perché è andata così? Perché dovevo pagare
solo io? C’è chi parla di politica…, l’avvocato mio era un Dc. Ho
pensato a una sua convenienza politica, lui poi s’è candidato... Oppure
mi ha consigliato perché davvero ci credeva. Comunque, aveva detto: tu
sei minorenne, ci mettiamo poco a farti uscire. Bon voyage! Io la galera
me la sono fatta tutta. Otto anni mi sono fatto.
Gli avvocati Spaltro,
i primi che la difesero nel processo, la pensavano diversamente da Rocco
Mangia. Le avevano consigliato di non accollarsi tutta la colpa di quel
pestaggio mortale...
Anche loro, però, hanno
usato uno stratagemma per avvicinarsi a me. Mi dissero: «Ci ha mandati
tuo zio Giuseppe». Ma io non ho alcuno zio Giuseppe. Poi è arrivato l’avvocato
Rocco Mangia che si è offerto di difendermi gratuitamente. Me lo portarono
mio padre e mia madre, di cui mi fidavo ciecamente. Così lo nominai mio
difensore. Lui poi mi ha consigliato di levare gli Spaltro.
Chi portò il perito Aldo
Semerari nel suo processo?
Semerari lo portò Rocco
Mangia. E nel processo ricordo i nomi di altri due periti: la Carraro e
Ferracuti. Poi il tribunale aveva nominato Busnelli, Giordano e un altro.
La parte civile aveva come perito Luigi Cancrini. Erano sette, in tutto,
i periti che dicevano che al momento di ammazzare Pasolini io non ero in
grado di intendere e di volere, e che quindi non ero punibile. Ma il tribunale,
contro il parere di sette periti, compreso uno di parte civile, mi ha condannato
a nove anni, sette mesi e dieci giorni. Come si spiega questa sentenza?
‘Sta cosa mi ha stranito...
Ha più rivisto i Borsellino?
I Borsellino li ho rivisti.
Uno, quello più piccolo, l’ho rivisto in carcere, era mezzo strippato,
drogato, stava al reparto dei matti. L’altro l’ho visto dopo un sacco
di tempo... al balcone. Era sieropositivo. Non gli ho detto niente. Non
me ne fregava niente. Poi è morto.
Lei oggi sostiene di non
essere l’assassino di Pasolini. Che ricordo ha di questo grande intellettuale,
romanziere, poeta, regista, che quella sera di trentatré anni fa lasciò
in questo luogo la sua vita?
Pasolini lo ricordo bene...
Ricordo un particolare: la sua faccia, che non andava d’accordo con la
sua voce. Aveva una faccia da duro, con la mascella squadrata, ma una voce
soave. Che posso dire di lui? Era una persona gentile, si potrebbe dire
che era un uomo «vecchio stampo». Oggi penso che sarebbe stato un buon
amico.
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