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"Pagine
corsare"
La vita
Morte di Pasolini
La riapertura delle indagini dopo
trentaquattro anni dal suo barbaro
assassinio
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Caso Pasolini. «Io,
carabiniere infiltrato nella mala, scoprii gli assassini in 4 mesi»
di Claudio Marincola
Da "Il Messaggero", 5 aprile
2009
Nella prima foto che stacca
dalla cornice Renzo Sansone è un giovane di 26 anni. Blue-jeans, barba
incolta, capello lungo e giaccotto di pelle per infiltrarsi nella “mala”
senza destare sospetti. Nella seconda, quasi trent’anni dopo, è un carabiniere
che sta per andare in pensione. Sotto il berretto ha già qualche capello
bianco. Tra la prima e la seconda foto ricordo c’è un vita scandita
dall’omicidio Pasolini, «un caso che io avevo risolto facendo arrestare
due dei presunti assassini, ma nessuno mi ha creduto. Ora però - continua
l’ex carabiniere - c’è la possibilità di arrivare alla verità. Per
me sarebbe una sorta di risarcimento, sia pure tardivo».
Sansone è un signore alto
e snello che non dimostra i suoi 60 anni. Da tempo ha smesso di travestirsi
per raccogliere le confidenze della malavita. Fa la parte di se stesso.
Vive in campagna. Se va in città lo fa soltanto per vendere oggettistica
e modernariato ai mercatini rionali, hobby che condivide con la moglie.
Come fa ad essere così
convinto che 33 anni dopo ci possa essere ancora una verità?
«Ho letto che la Procura
di Roma ha riaperto le indagini. E finalmente Pino Pelosi dopo averci raccontato
tante frottole ha rivelato che frequentava Pasolini già da prima e che
quella notte con lui c’erano i due fratelli “braciola”, Giuseppe
e Franco Borsellino. Io li feci arrestare nel febbraio del ’76, 4 mesi
dopo il delitto. Era in corso il processo di primo grado. Loro avevano
14 e 16 anni. Per farmi accettare per settimane frequentai una bisca al
Tiburtino. C’era gente di ogni tipo, balordi, sbandati, ragazzini capaci
di ammazzare per due soldi. Mai percepita tanta violenza in vita mia. Quando
giravamo insieme faticavo a tenerli buoni. Un giorno senza farmene accorgere
mi feci scivolare dalla tasca un foglio. C’era scritto che ero uscito
da poco da Regina Coeli dopo aver scontato 4 anni per rapina. D’allora
mi guadagnai la loro fiducia».
I due Borsellino sono
morti di Aids intorno alla metà degli anni ’90. Che valore ha la confessione
di Pelosi?
«Quando mi confessarono
di aver partecipato al delitto mi dissero che con loro c’era “Johnny
il biondino”, Giuseppe Mastini, detto anche “Johnny lo Zingaro”.
Lui è ancora vivo, sta scontando 3 ergastoli. Portava un plantare per
una ferita riportata durante una colluttazione con la polizia. Quel plantare
è custodito ora nel Museo di Criminologia. Basterebbe sottoporlo ad esame.
Garofalo, comandante dei Ris, è in grado di farlo».
Perché non le credettero
e dopo qualche giorno scarcerarono i due ragazzi?
«Non chiedetelo a me. Ma
chiedetevi come mai nel processo d’appello è rimasta la condanna per
omicidio ma è scomparso il “concorso con ignoti”. A far sparire gli
“ignoti” fu l’avvocato Rocco Mangia sostenendo che così facendo
Pelosi se la sarebbe cavata con poco. E la mamma di Pino era d’accordo,
tant’è che si arrabbiò moltissimo quando i due fratelli vennero arrestati.
Io ero solo un carabiniere della compagnia di Monterotondo. Un informatore
che frequentava la bisca mi disse di aver saputo che ad uccidere Pasolini
erano stati in 4. Lo riferii al capitano Gemma che a sua volta lo disse
al tenente colonnello Vitali. L’ordine di agire sotto copertura partì
dal procuratore della Repubblica presso il Tribunale dei minorenni Santanziero».
Ma lei ne parlò ai giudici?
«Solo una volta, il 16
febbraio del 1976 al sostituto procuratore Giunta. Gli raccontai di come
avevo fatto a conquistarmi la fiducia dei due. Fu Giuseppe, il più piccolo,
a spifferare tutto. Lo fece per vantarsi. Finsi di progettare il rapimento
del figlio di un noto cantante. Li avevo anche portati sotto una villa
alla Bufalotta dicendo che abitava lì ma non era vero. Per farsi “grande”
ed essere reclutato nella banda, Giuseppe mi raccontò cosa era realmente
successo quella notte all’Idroscalo. Franco s’infuriò col fratello
ma poi gli passò “perché tanto ero uno di loro”. Mi disse che non
avrebbe voluto arrivare a tanto ma Pasolini si era difeso. E per un attimo
mi sembrarono due persone normali, dispiaciute, voglio dire, per quello
che era successo. Avevano gli incubi: tutte le notti sognavano Pasolini
nel sangue e le sue urla».
Però in carcere dissero
che si erano presi gioco di lei.
«Peccato che però tutto
il resto era vero. A casa loro, dove ancora abita la madre, durante la
perquisizione fu trovato di tutto: pistole, refurtiva, pezzi di ricambio.
Se si stavano burlando di me perché mai mi avrebbero raccontato anche
questo?».
Una gang di minorenni.
E le altre piste?
«Non ho mai creduto al
delitto politico. Forse solo perché ho sentito con le mie orecchie il
racconto di quei ragazzi. E li ho visti all’opera. Il padre, un ex pugile,
si era suicidato l’anno prima. Ha presente il contesto? Il degrado, gli
immobili dell’InaCasa? “Pelosino” fra tutti era il più fregnone.
Loro lo dicevano sempre. Un giorno per regalarmi due gomme nuove per la
mia “500” i due a momenti accoltellavano un tizio. Ho dovuto fermarli
con una scusa sennò lo uccidevano».
E il silenzio di tutti
questi anni?
«Mi sento offeso e vilipeso
da questo silenzio. Vorrei, dopo tante prove e indizi forniti, che qualcuno
finalmente stabilisse la verità».
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