Pier Paolo Pasolini
La poesia
L'usignolo
della chiesa cattolica
di
Fulvio Panzeri
da
Guida
alla lettura di Pasolini, Mondadori 1988
Sotto il titolo L'usignolo
della Chiesa Cattolica Pasolini raccolse e pubblicò nel 1958,
presso l'editore Longanesi, un gruppo di poesie, in lingua italiana, datate
1943-1949. Il nucleo centrale della raccolta è rappresentato dal
magma di contraddizioni che si sviscera nell'anima di Pasolini.
L'origine delle liriche
della raccolta, quindi, va ricercato nella scoperta, da parte del poeta,
del dissidio individuale e interiore che lo travaglia, un dissidio non
anocora interrotto dalla delusione cocente di una società che manifesta
la sua falsità, il suo vuoto e la sua mancanza di coscienza. Questo
dissidio, nella pagina lirica, si cela nella parola pura, dolcemente poetica:
in una parola che cerca un estremo termine di paragone e una straziato
parallelo nelle forme e nelle manifestazioni del mondo natuarale. Le tensioni
dell'anima si snodano così in un effluvio di contemplati odori che
portano il poeta a una immedesimazione, non solo d'immagini, ma concreta,
con i protagonisti del mondo agreste friulano.
La figura dell'usignolo
che appare nel titolo è chiaramente emblematica ed è anche
la chiave di lettura dell'intero libro. Il piccolo usignolo è
infatti, per Pasolini, il vivente simbolo dei campi, della rugiada e delle
colme sere friulane, ed è anche, al contempo, l'alter ego
dello scrittore, la sua immagine immedesimata. Di fatto, nell'ottavo dialogo
della poesia L'usignolo, la giovinetta gli si rivolge dicendogli:
"Povero uccelletto, dall'albero, tu fai cantare il cielo. Ma che pena udiriti
fischiettare come un fanciullino!". Queste poche righe racchiudono in sé
il senso che regge l'intera raccolta: la contraddizione esistente tra il
volgere lo sguardo questuante all'infinito, nel gesto di "far cantare il
cielo" e il ricadere entro il limite di un "fischiettare" tutto umano,
quasi rabbrividito dentro "una pena" incolmabile.
Nella raccolta, il dissidio
che si crea nell'uomo tra la tensione celeste e la condizione umana è
raffigurato da Pasolini in una serie di dialoghi che cantano lo splendore
della terra e della natura, quasi che questi elementi, nella potenza di
verità, avessero il privilegio della parola. Così il poeta
concede la voce e l'atto del "parlante" anche alle albe e ai cardellini,
alle sere e alle primule: essi, solo essi, sono i veri compagni della solitudine
dell'uomo.
Ma Pasolini in questi versi
ricerca anche se stesso attraverso una tensione mitica che lo faccia pervenire
alla cognizione della trascendenza. Si spiega così l'altro tema
dominante di L'usignolo della Chiesa Cattolica, ovvero l'inesausta
preghiera dell'uomo Pasolini "all'immoto Dio". Il poeta, infatti, si rivolge
a Dio chiedendogli di manifestarsi e offrendogli il dolore che gli viene
dal continuo dissidio tra "carne e cielo" che lo travaglia, insomma, anela
alla protezione del Padre, affinché si plachino in lui il senso
del peccato e il rovello per la castità che ha violato con i suoi
desideri sessuali: chiede che"L'Occhio di Dio" ritorni su di lui, nonostante
"l'amore sacrilego" che lo pervade.
La figura del Cristo negli
istinti ultimi della Passione diviene termine di confronto di questo nuovo
centro tematico. Nel Cristo crocefisso Pasolini ricerca la parte buona
di sé, il suo esasperato bisogno di essere figlio di fronte all'occhio
vigile del Padre. Si rivolge, infatti, a Cristo dicendo:
Cristo alla pace
del Tuo supplizio
nuda rugiada
era il Tuo sangue.
Sereno poeta,
fratello ferito,
Tu ci vedevi
coi nostri corpi
splendidi in nidi
di eternità!
Poi siamo morti.
E a che ci avrebbero
brillato i pugni
e i neri chiodi,
se il Tuo perdono
non ci guardava
da un giorno eterno
di compassione?
Per il poeta la morte ha origine
nella lotta coi sensi e col sesso, ma l'infinito amore divino, tramite
il perdono, riporta l'uomo nella sfera dell'"immoto Dio". Secondo Pasolini,
anzi, sarebbe vana la passione di Crito se il Divino non dedicasse agli
uomini e ai loro errori "un giorno eterno di compasssione".
La raccolta si compone di
sette parti. La prima, datata 1943, porta il titolo L'usignolo della
Chiesa Cattolica e raccoglie composizioni poetiche di intensa religiosità
in cui vengono liricamente rivissute le immagini di vita di Cristo e le
preghiere della tradizione cattolica: Pasolini ricostruisce l'evento della
Passione, il dialogo dell'Annunciazione tra l'Angelo e Maria e le Litanie
della Madonna. Particolarmente intese risultano le otto parti del poemetto
L'usignolo,
in cui si alternano struttura dialogica e prosa poetica. In prosa poetica,
appunto, è redatta l'ottva parte del poemetto, dove per la prima
volta l'autore accenna a uno dei temi fondamentali del suo pensiero, non
solo poetico, ma anche saggistico: la religione cattolica. Il poeta individua
una netta separazione tra la figura di Cristo e la Chiesa come istituzione:
la Chiesa dovrebbe essere esempio, memoria e mimesi di Cristo, ma in essa
"di Cristo è rimasto solo il respiro", perché "la Chiesa
ferita si è aperta le piaghe con le Sue mani e un lago di sangue
le è caduto ai piedi. Ed essa prima di morire ha fatto in quel lago
uno specchio, e un lampo ha illuminato la Sua immagine dentro il sangue".
La seconda parte della raccolta
che, datata 1946, porta il titolo Il pianto della rosa, sviluppa
tematiche interiori e vede al centro dell'evocazione lirica il dissidio
del poeta. La scoperta del sesso e la coscienza del peccato divengono l'occasione
per evocare il sorgere di un senso di malinconia nel felice mondo friulano.
I ragazzi corrono "umili e violenti" e il poeta che assiste alle loro corse
si sente intriso della loro felicita', ma è escluso dalla loro naturalità.
Un desiderio impazzito lo divora: quello di bruciare l'innocente verginità.
Scrive, infatti: "Ma l'odiata purezza / e i peccati sognati / erano il
fresco sguardo / dei miei occhi bruciati". Dio si allontana, è un
puro vuoto "che non dà vita". A Dio, però, Pasolini ritorna
sempre con nostalgia: e se dapprima afferma di non conoscerlo e di non
amarlo, poi lo evoca pregandolo di invaderlo col fiato che rigenera alla
vita: "O immoto Dio che odio / fa che emani ancora / vita dalla mia vita
/ non m'importa più il modo".
In Lingua, che costituisce
la terza parte del libro e porta la data del 1947, si acutizza, in maniera
drammatica l'aut-aut che il poeta pone a Dio, tanto che Pasolini chiama
gli angeli a far da intermediari alla sua inesausta preghiera: "Andate
angeli, e dite al Signore / che al fulmine della sua redenzione / nascondo,
ahimè, il bersaglio del mio cuore".
La quarta parte, Paolo
e Baruch, datata 1948-49 e formata da quattro liriche, si presenta
come il nucleo più maturo della raccolta. Nella lirica Memorie
il poeta ripercorre, attraverso la felicità del ricordo, la sua
infanzia solare e si sofferma sul perduto gioco degli amori di cui ora
è preda: "Mi innamoro dei corpi / che hanno la mia carne / di figlio
- col grembo / che brucia di pudore - / i corpi misteriosi / d'una bellezza
pura / vergine e onesta....". Lettera ai Contini, poi, è una particolarissima
esegesi degli scritti di San Paolo, che divengono anch'essi parte integrante
del testo poetico: sono passi brevi, scelti dal poeta, e racchiusi in parentesi
tonde, e a ogni passo corrisponde un'interpretazione personale, quasi una
confessione straziata, concepita come una risposta alle sollecitazioni
poste alla parola di San Paolo. Sullo stesso schema si fonda la lirica
Baruch
che, con Lettera ai Contini e con la seguente Crocifissione,
forma un trittico di riflessione morale tesa al disvelamento della parola
divina. Le domande che in essa il poeta si pone, sconvolgono nella loro
naturalezza. "Perche' Cristo fu ESPOSTO IN CROCE?".
In che cosa consiste la dedizione dell'uomo al Crocefisso? Che senso ha?
E la risposta non è semplice né univoca:
Bisogna esporsi (questo
insegna
il povero Cristo inchiodato?),
la chiarezza del cuore è
degna
di ogni scherno, di ogni
peccato
di ogni più nuda
passione...
(questo vuol dire il Crocefisso?
sacrificare ogni giorno
il dono
rinunciare ogni giorno al
perdono
sporgersi ingenui sull'abisso).
La quinta parte della raccolta,
L'Italia,
scritta nel 1949, è un poemetto che segue il primo apparire di una
struttura che farà capo a Le ceneri di Gramsci. In esso Pasolini
non giunge ancora alle grandi tematiche civili, ma già si premura
di costruire una sorta di "sogno" in cui la penisola giace immersa. La
fonte del raggio inebriante che benedice L'Italia, da Trieste all'Appennino,
da Bellagio alle rive del Po, è Casarsa. Il paesaggio italiano diviene
così oggetto di adorazione e la parola si fa strumento di una ebbrezza
che trova il culmine del suo mistico e sensuale fervore quando il poeta
giunge al centro del luogo sacro, il luogo che genera l'idea stessa della
bellezza. Quel luogo è Casarsa e il Pasolini assiste "al miracolo
del paese notturno / che la prima luna del creato inargenta".
La sesta parte ècomposta
dalle poesie di Tragiques, redatte tra il 1948 e il 1949 e percorse
dall'influsso della poesia di Rimbaud. La muta supplica del "timido ribelle"
in cui il poeta si riconosce diviene grido soffocato e disperato: appunto,
"tragico". "Dio, mutami!", implora Pasolini e poi inveisce, s'accanisce
contro il muro che lo separa da Dio, tanto d'arrivare a supplicare: "E
allora, o Genitore, uccidimi...".
Un altro poemetto, datato
1949 e intitolato La scoperta di Marx, chiude il volume. In esso
Pasolini ripercorre, colmo di maturità meditativa, il rapporto col
mondo in cui si sente "figlio cieco e innamorato". Ogni dissidio del poeta
sembra stemperarsi entro una naturale accettazione. La folgore dei sensi
non è piu' una colpa da subire. Rivolgendosi alla madre, infatti,
afferma: "M'hai espresso / nel mistero del sesso / a un logico Creato".
In tutta la raccolta il mondo
evocato da Pasolini è ancora quello friulano. Ciò che muta,
rispetto alle poesie contemporanee di La meglio gioventù,
redatte in dialetto, è l'atteggiamento del poeta di fronte alla
materia espressiva. Il mondo friulano ora rivive in forza di moti interiori
del poeta e risulta sviluppato in funzione di una vicenda esistenziale.
In La meglio gioventù il mondo contadino e agreste rappresentava
il centro ideale sopra il quale intessere lo sviluppo della parola, e attraverso
quel mondo la poesia assumeva la funzione di una esaltazione epica delle
gesta dell'uomo. In L'usignolo della Chiesa Cattolica protagonista
della raccolta è lo stesso poeta coi suoi turbamenti esistenziali,
mentre il mondo contadino si staglia sullo sfondo. Il confronto tra le
due raccolte poetiche mette in rilievo il passaggio da un "esterno contemplativo"
in cui il paesaggio geografico e umano sfolgora in tutta la sua bellezza
e naturalezza ad un "interno meditativo" che L'usignolo della Chiesa
Cattolica assume come parte celebrante e parlante di sé.
Ora Pasolini scruta la propria
solitudine all'interno di un mondo che è memoria del grembo materno
e sua raffigurazione, non solo concettuale. Di quel mondo il poeta inscena
l'istanza cattolica che più stride con la cognizione della propria
diversità, ma che, comunque, accetta. Il sentimento religioso, in
L'usignolo
della Chiesa Cattolica, si scontra insomma con la felicità panica
degli istinti amorosi: sacro e profano cercano di conciliare la pace dell'essere,
al fine di condurlo a una sorta di verità, non solo umana ma anche
trascendente.
La meglio gioventù
e' il libro della purezza e della felicità completa e totale; L'usignolo
della Chiesa Cattolica è un libro d'ombre, corroso dal dolore
e dalla cognizione del peccato: una patina di malinconia offusca la solare
felicità del poeta, fino a farlo precipitare in una zona buia, entro
la quale al vita rivela tutta la sua tragicità.
Da Fulvio Panzeri, Guida
alla lettura di Pasolini - Mondadori 1988
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